Speciale Scienza I – MECCANIZZARE IL PENSIERO

Spero Iddio che questi calcoli possano essere eseguiti da un motore a vapore!” – C. Babbage

Charles Babbage (1791 - 1871)

Tutti sono affascinati dalle incredibili visioni e anacronismi tecnologici su cui si basa la cultura Steampunk, ma forse non tutti sanno che l’umanità ha rischiato di entrare nell’era digitale delle telecomunicazioni ben prima del suo tempo, a metà ‘800, grazie a un certo Charles Babbage.

Charles Babbage, chi è costui? Un matematico e filosofo britannico, che per primo ebbe l’idea di un calcolatore programmabile. Nel mondo dell’informatica è considerato un vero pioniere, anche più dei coraggiosi informatici che un giorno recuperarono i progetti delle sue macchine per realizzare tramite dispositivi elettronici ciò che oggi conosciamo come computer: un calcolatore multi task.

La macchina differenziale

Babbage presentò il modello di quella che lui chiamò una macchina differenziale alla Royal Astronomical Society nel 1822. Il suo scopo era, allora, quello di creare un calcolatore automatico basato sul metodo numerico delle differenze polinomiali finite.

Di tale macchina venne realizzato un prototipo imperfetto, e i continui problemi del progetto (ingranaggi non buoni, cambi di idea e discussioni interne allo staff) portarono al taglio dei finanziamenti da parte del governo.

Una parte della macchina differenziale.

La macchina analitica

Tra il 1833 e il 1842 Babbage presentò un nuovo progetto, e tale dispositivo è sicuramente quello più interessante: una macchina (totalmente meccanica) che fosse programmabile per eseguire ogni genere di calcolo, che marcasse la progressione dal calcolo meccanizzato alla computazione completamente general-purpose.

Babbage adattò per essa il telaio di Joseph Marie Jacquard, che usava schede perforate per determinare la trama del tessuto, in modo che esse riproducessero uno specifico “pattern” di elaborazioni matematiche. Proto-programmi, insomma.

La Macchina analitica aveva:

– dispositivi d’ingresso basati su schede perforate

– un processore aritmetico interno

– una unità di controllo

– un meccanismo di uscita e di stampa

– una memoria temporanea dove i risultati delle operazioni potevano essere mantenuti in attesa del loro turno di elaborazione.

… Ma è proprio lo schema di un computer, non vi sembra?

In effetti, il progetto concreto venne alla luce nel 1837, e lady Ada Lovelace s’interessò parecchio ad esso, scrivendo inoltre diversi programmi in quello che oggi chiameremmo l’antenato del linguaggio Assembly. Ma essa non fu mai realizzata.

Molti misteri ruotano intorno a questa mancata realizzazione… C’è chi dice che fu a causa di difficoltà tecniche dovute alla tecnologia dell’epoca, oppure di conflitti sindacali con i meccanici e lo staff che si tennero in ostaggio i componenti; fatto sta che anche questa volta l’ambizioso progetto rovinò dalle stelle alle stalle.

Un epilogo moderno

La macchina analitica !!!

Nel 1985 il Museo della Scienza di Londra riportò in auge il progetto originario, e seppur tra mille difficoltà non troppodiverse da quelle che Babbage stesso incontrò a suo tempo, la Macchina venne completata nel 2002, seguendo fedelmente i disegni originali e usando soltanto materiali già disponibili all’epoca.

Sorprendentemente, tale geniale artefatto funziona esattamente come Babbage intendeva facesse.

Babbage fu il primo che ebbe l’idea di duplicare una funzione cognitiva con le macchine. Ma la tecnologia della sua epoca gli impose limiti ben più pesanti di quelli che ebbero i pionieri dell’era dell’informatica elettronica della metà del 900.

Eppure, come abbiamo visto con la moderna realizzazione londinese, sarebbe stato comunque possibile costruire un computer perfettamente funzionante implementando le funzioni di base in ferro e ottone, costruendo un dispositivo totalmente meccanico. Vederlo funzionare è a detta di molti qualcosa di stupefacente.

L’era digitale nell’800

Le macchine di Babbage, antenate dei moderni computer, assieme alla figura stessa di questo illustre scienziato dell’età vittoriana sono risultate suggestive anche per gli scrittori di fantascienza.

Ora, pensiamo per un attimo alle incredibili implicazioni sociali e filosofiche che la realizzazione di un progetto simile, all’epoca, avrebbe comportato… Insomma, se non fossero intervenute tutte quelle complicazioni (che non c’entravano assolutamente nulla con i limiti tecnologici in sé, come abbiamo visto) che Babbage incontrò, come si sarebbe evoluta la nostra civiltà?

Come sarebbero, ad es., le nostre città? Avremmo lo stesso inventato la televisione? E la musica che suono avrebbe? Le telecomunicazioni sarebbero andate avanti comunque fino ad arrivare ai nostri giorni così come le conosciamo, o magari avremmo inventato nuovi metodi non più basati sul digitale ma sull’analogico? E il mondo del lavoro, la politica…? Un mondo più hippie sarebbe stato possibile, forse…

… Vi lascio con un’ultima domanda aperta, a proposito di analogico… Oggi i progetti informatici di reti neurali, basate su tecnologia analogica e non digitale come quella dei pc di uso comune, è tornata alla ribalta nel tentativo di costruire macchine magari più imperfette, ma che funzionino esattamente come un cervello umano… Tutto questo non vi fa pensare…?

…Che zio Charles avesse ragione, in fondo.

Meccanizzare il pensiero”, è la più alta ambizione umana, che ha un retrogusto di pura, folle demiurgia.

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5 commentiLascia un commento

  1. Qualche tempo fa ritrovai nella biblioteca di mia madre un vecchio fascicoletto ingiallito trascritto in una delle tante conversazioni tenute da Jiddu Krishnamurti, intitolato “La Meccanicità Del Pensiero”.
    E’ molto interessante, anche se di Krishnamurti esiste roba più tosta da digerire.

    In ogni caso, l’uomo non è altro che un meccanismo che agisce sempre e solo secondo schemi preimpostati. Persino il signor Babbage.

    ^_-

    • Opinione interessante come l’autore citato.
      Anche se la mia “Meccanizzazione del pensiero” si riferiva più all’utopia del pioniere dei computer moderni e dei suoi collaboratori, che hanno sfiorato l’invenzione dell’elaboratore di calcolo multifunzione (definizione corretta del PC) nell’800, con meccanismi e rotelline invece che transistor ed elettricità…

      Ma se la mettiamo sul piano psicologico…
      … da psicologa cognitivista in training mi permetto di pensare, o almeno mi piace farlo, che la nostra vita è sì determinata da schemi cognitivi o pattern neuronali, in larga parte – la scienza però non li classifica come preimpostati, bensì da noi creati ed assimilati in età di sviluppo precoce (in quanto è il meccanismo base della sopravvivenza, categorizzare è ciò che fa di noi esseri umani). Persino lo schema della reazione al dolore viene interiorizzato e giustamente poi agisce, come dici tu, in modo che sembra preimpostato “dall’alto” – in quanto ci sono persone prive dei recettori nocicettivi che si causano danni gravi dalla mattina alla sera, specie quando sono bambini, e per tutta la vita non conosceranno mai la sensazione (quindi non possono crearsi lo schema –> quindi non è preterminato a priori!). Questo è ciò che la scienza dice.

      Io mi permetto anche di andare oltre… Tutto sta nel far sì che si viva in modo consapevole e s’impari ad essere e non a reagire semplicemente agli eventi. E’ più faticoso che far agire gli schemi sempre e comunque, ma più divertente. E’ una cosa di cui sono certa, lo schema [elaborazione-stimolo-risposta –> creazione di un modello cognitivo] non deve “per forza” entrare in funzione (–> attivare sempre lo stesso pattern).

  2. In silenzio, leggo così tante competenti nozioni.

    Dopodiché mi permetto di essere d’accordo con te, nonché di far notare che anche se tu dici giustamente che l’uomo dovrebbe imparare a “essere”, a mio avviso l’essere umano dovrebbe imoarare in primis a “non essere”.
    Finché l’uomo dà importanza all’io, non può arrivare a comprendere [in senso etimologico] ciò che lo circonda, e quindi è costretto a creare continue fratture fra lui e il resto.
    Arrivando a distruggere il sé, può sentirsi parte del tutto, e quindi essere.

    Non so se mi sono spiegato.. vabbè, non fa niente.. era tanto per scrivere qualcosa..

    ^_-

    • Ti sei spiegato più che bene, nel senso che conosco il significato in termini di vocabolario professionale psicodinamico di “essere”, “non-essere” e Io. Winnicott docet.
      Hai ragione, ho fatto una svista linguistica: quindi questa è l’errata corrige ufficiale! ^_^ Grazie !
      Credo, quindi, che bisogna imparare a “non-essere” anche se da cognitivista ammetto che ogni tanto le teorie psicodinamiche mi lasciano un poco perplessa x la loro logica non proprio scientificamente accuratissima, soprattutto su quello che riguarda le ricerche sui bambini e i genitori. Ma è l’essenza di questa branca di pensiero che di per sè non può avere il riconoscimento scientifico che meriterebbe per alcuni dei suoi successi, quanto meno solo x le ultime attuali evoluzioni in termini di relazionalità e uscita dalla visuale “monadica” tipica della prima psicanalisi (adesso infatti si ragiona in termini di scambio di energie e processi interpersonali, non più di misteriose pulsioni di dubbia origine – per questo si chiama psico-dinamica). Almeno, non allo stato attuale della nostra comprensione della realtà e della nostra tecnologia. Fermo restanto il mio orientamento cognitivo “fondamentalista” per quanto riguarda il tutto, seppur non determinista, perché la metafisica-psicologica e i ragionamenti sulla “mente” più astratta li intendo sempre un po’ a modo mio… Io non voglio che si distrugga il Sé, checché ne dica il prof di psicodinamica esso è qualcosa che mi tocca da vicino ad es. in termini di sentirmi differente in maniera unica da tutto il resto e francamente non definibile. Quello è il mio Sé, la mia “ghianda” più intima, le fratture (Come giustamente hai detto) vengono a crearsi quando essa cozza contro una realtà che non le aggrada e contro la “seconda pelle” dell’Io, se così lo vogliamo chiamare, che noi stessi costruiamo x far fronte a tale realtà – e il risultato non è sempre soddisfacente per il “benessere” globale dell’entità.

  3. Il sentirsi unico però, passa o non passa attraverso la mente? Nel caso in cui fosse un sentire mentale, sarebbe arbitrario, fittizio.. separante da tutto il resto.
    Mentre se non fosse mentale il sè sarebbe… coscienza?
    e ponendo il caso la coscienza sia l’energia che anima il corpo.. potrebbe cozzare contro qualcosa?
    Quella che tu chiami “seconda pelle”, potremmo anche chiamarla “ego”?

    Se ho bene inteso le tue parole..

    ^_-


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