A ogni male la propria causa

Ci dev’essere una ragione, se tutti mi sbattono in faccia il telefono. Dal primo all’ultimo, tutti, mi forniscono un livello di considerazione pari a quello che si darebbe a una sorella isterica: ti sbattono il telefono in faccia, così, annoiati dalle tue chiacchiere inutili, o infastiditi da una parola non gradita. E pensare che io preferirei litigare mortalmente a causa di quello che ho detto, che ho fatto, lo preferirei persino per le cose di cui non ho colpa, piuttosto che ricevere un simile trattamento. Spersonalizzante. Degradante.

Mi salvo dal pensare di valere meno di zero, giusto perché sono un genio e la mia autostima è sempre a livelli da record. Mi si può far star male, mi si può far piangere, ma non mi si può far pensare che valgo meno di quanto penso di valere.

Ci dev’essere una ragione, se tutti fraintendono il senso di ciò che dico, oppure il modo in cui lo dico; e fanno in modo che la cosa ricada a proprio vantaggio.

Ci dev’essere una ragione, se tutti pensano di potermi gridare addosso quando le cose non girano alla perfezione, di usarmi come loro valvola di sfogo.

Sarà perché sono una persona buona… di quelle che puzzano di bontà e ingenuità, anche a metri di distanza. Sarà perché io non mi arrabbio mai, perché penso non ne valga la pena di farlo. Con coloro che ami, o con coloro che odi.

Ma mi sembra di essere intrappolata dentro una coltre di nebbia ovattata, che lascia uscire solo ciò che le pare, che lascia entrare solo ciò che portano i temporali; una nebbia che m’impedisce di comunicare quello che sento, che impedisce a ciò che è fuori di vedere quello che mi passa dentro.

E così, mentre mi guardo allo specchio e il mio riflesso stanco mi dice quanto valgono le occhiaie che mi segnano il viso, che somigliano a campi stellari, chi ha un minimo grado di relazione con me non vede nulla in realtà. Non vede il genio, non vede l’acqua che ha fatto nascere la terra, non vede nemmeno una mente: vede solo una valvola, un buco in un coperchio a pressione.

Ci deve essere dunque una causa, per tutto questo. Ma io non la capisco. Forse, sono ancora troppo ingenua per capire come gira davvero il mondo… Forse invece sono io che sbaglio tutto in maniera integrale, da come mi taglio le unghie al tono che uso quando parlo con te, con lei, con lui? E’ un poco improbabile, questa versione grottescamente speculare della famosa storia del matto che dice che è il mondo che ce l’ha con lui.

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso; ho sempre condiviso questo antico e sacrosanto detto… Ma quando sono io la causa, le cose cambiano. Perché mi faccio un esame di coscienza, e mi domando: causa del tuo mal, oppure beata leggerezza ? Uno scherzo del Karma, che si dice sia un meccanismo imparziale e perfetto, ma io sembro averne trovato l’unica falla. E mi ci sono collocata dentro senza accorgermene. Senza capirne il perché.

Perché?

Vedete, l’angelo del focolare che talvolta si trasforma in serpente bicefalo? Una testa che dà, l’altra che morde.

E così mi sento ora. Non so spiegarlo, ma è così.

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SPECIALI: A different style for a different look. Introduzione

Buongiorno a tutti, come andiamo con i primi freddi dell’anno?

Oggi la vostra Lenore inaugura una nuova sezione di questo blog, tra gli Speciali: Different Look & Style. Dove parlerò di moda, stile, abbigliamento, trucco e parrucco, ma non solo. Different Look & Style sarà una sezione molto speciale, appunto, dove si avvicenderanno tutorial, riflessioni e persino un poco di cultura.

Iniziamo quindi con una riflessione che mi ha colpito di questi tempi, prima di parlare di correnti, abbigliamento e qualsiasi altra cosa.

L’apparenza è tutto, per gli esseri umani. Basti pensare solo al fatto che siamo gli unici animali che coprono il proprio corpo con oggetti da loro stessi creati; non voglio disquisire di argomenti filosofici et similia, non in questa sede almeno, ma occorre per forza puntualizzare alcuni capisaldi della teoria che sto per presentarvi come introduzione ai prossimi Speciali. Visto che vestirsi è necessità umana basilare – sia in termini evolutivi come riparo dagli agenti atmosferici, sia in termini di civiltà, dato che quasi nessuna cultura sulla faccia della Terra adotta il nudismo, se non in occasioni particolari – vorrei tanto che i miei lettori si fermassero a riflettere per un attimo sulla questione che ora vi presento…

La moda non è qualcosa di facile da definire. Come il concetto di stile. Quando avviene che i due termini sono sinonimi? Quando invece sono come l’acqua e il fuoco? E quando si parla di alternativo, vale lo stesso discorso? L’alternativo diventa moda? E mille altri interrogativi come questi, sono ciò che mi frulla in mente proprio ora.

Dunque… Iniziamo da una distinzione. La moda può essere quella delle passerelle, quella che rappresenta “le cose che vanno”, oppure i diktat di una particolare linea d’abbigliamento. Chiamiamole le “impostazioni generali”. Qui, sarà intesa principalmente in questo senso. Lo stile, invece, per me rappresenta qualcosa di molto personale. Pensiamo ad una qualsiasi “moda” o “corrente” che decidiamo di adottare – per la serie “Oggi mi sento… Oggi mi vesto…” – : al di là del suo nome o dei dettami indispensabili che questa ci impone o, al contrario, ci vieta di avere – e non si può negare – ognuno di noi, persino il più “ganzo” e quello più attento a tutte le novità di massa in fatto di look, è sensibile all’influenza del gusto personale, che aleggia come una grande ala protettrice contro la dittatura della motonia.

Il secondo da sinistra è un look vincente, non trovate?!

Nell’ambito del seguire una corrente, una moda, ognuno mette un po’ di Sè e un po’ di arte.

Preparandosi per andare al lavoro, a scuola, per uscire il sabato sera… Persino chi ritiene di non aderire ad alcuna moda e di vestirsi semplicemente come gli va, o a caso, durante il magico momento della vestizione le corde profonde dell’essere umano sono toccate. Di fronte all’armadio che ti guarda invitante, oppure ti deride facendoti pensare che oggi non hai nulla da metterti, oppure ti fa perdere un quarto d’ora semplicemente a pensare come potresti abbinare in modo gradevole i nuovi jeans con quelle magliette che conservi affettuosamente dai tempi del liceo… Decidere come vestirsi non è cosa semplice. Siamo ciò che indossiamo, per noi in quanto espressione individuale e soggettiva, per gli altri in quanto l’essere umano giudica per prima cosa in base alle proprie percezioni. Esterocezioni, naturalmente: alzi la mano chi riesce a staccarsi completamente dall’idea che si è fatto di una persona, un amico, un collega, semplicemente da come appare ai suoi occhi. Indipendentemente da quanto poi ci abbia conversato, o ne abbia una profonda conoscenza.

Che si tocchino i massimi livelli di eccentricità, o al contrario si propenda per il casual assoluto e più semplice possibile, il gusto personale è una cosa che abbiamo tutti – e trovo aberrante il giudicarlo connotandolo in positivo o negativo, senza considerare l’idea che tutte le facoltà e le caratteristiche dell’essere umano non sono mai “o bianco o nero”: tutto, persino la linea di vestiario, si colloca lungo un continuum che passa da un polo all’altro. E’ quindi profondamente errato, ragionare come se chi veste in modo diverso da noi (in stile differente, appunto!) si trovi sulla sponda opposta, come se fosse un soldato facente parte di un altro esercito. E’ solo un poco più distante da noi nella linea indefinita dell’apparenza umana.

Per come la vedo io, a meno che non si ecceda con l’eccesso o si scada nella volgarità, tutti gli stili personali sono rispettabili. Per il resto, non ho altri limiti. Ma chi può tracciare la linea tra sexy e volgare? E quella tra eccentricità ed eccesso?

Mi piace, mi piace...

Ciò che conta, credo, è il sentirsi bene nei propri panni, particolare piccolo ma essenziale, che troppo spesso ci dimentichiamo di considerare. Troppo spesso partiamo dalle fissazioni imposte dalla nostra immaginazione in fatto di look, piuttosto che da ciò che sentiamo a pelle. Troppo spesso, per seguire la moda, o al contrario per avversarla, per sparire o per farci notare… ci troviamo a stare un’intera giornata con addosso qualcosa che non fa parte di noi. Non c’è niente di peggio, che una persona vestita bene ma che si muove (e si sente) impacciata proprio a casa del look studiato con tanta difficoltà.

Concluderò dicendo che il look, per me, è una questione di cuore e di pancia, se capite cosa intendo. Pensateci, se volete, la prossima volta che sarete di fronte all’armadio, la prossima volta che vi costruirete il vostro set Polyvore mentale mentre siete sotto la doccia. Siamo ciò che indossiamo, non dobbiamo negarcelo – e soprattutto non dobbiamo mai dimenticarci che dentro a quegli abiti c’è una persona unica, la scelta non è mai casuale. E viene dal profondo del nostro Sé.