Il Dottore Donna.

Sono stata un po’ assente, di questi tempi. Assente col corpo, assente con la mente. Probabile che fossi da qualche parte tra Sirio e Antares, mentre mi arrabattavo per far quadrare il cerchio imperfetto i cui angoli dalle geometrie inesistenti nel mondo terrestre comprendono lavoro, studio, soldi che non ci sono e nessun tempo per farmi le unghie.

I miei capelli. Seeeee, come no, magari. Sono un po' più disordinati e con qualche doppia punta.

I miei capelli. Seeeee, come no, magari. Sono un po’ più disordinati e con qualche doppia punta.

Ma le finger-waves nei capelli, beh, quelle sì. Toglietemi tutto, ma non i miei capelli anni ’30.

Virtualmente tuttologa, mi dedicavo a un sacco di invenzioni una più inutile dell’altra, aspettando il giorno in cui l’ispirazione dello Scrittore avrebbe ricominciato a scorrere in me, deformandomi le vene bluastre nel corpo in letargo come un Grande Antico padrone che rinasce un pezzetto alla volta dentro di me, a ogni obiettivo raggiunto e ogni livello che superavo senza usufruire di alcun tutorial. Parlami, e io ti stupirò.

E un altro obiettivo è stato raggiunto, ieri. Ecco perché sono stata un po’ assente: mentre organizzavo una rivoluzione su Sirio B e mi davo da fare per aiutare la gilda dei mercanti su Sirio A, nel frattempo scrivevo una tesi sull’origine neurobiologica della coscienza umana  e davo 3/4 esami, ora non ricordo di preciso, ma ecco spiegata la mia lieve leggerezza dell’essere in questo periodo. Forse, non era altro che un meccanismo semplice di autodifesa mentale, una barriera del , un escamotage brevettato dai miei demoniaci lobi frontali per impedire alla pazzia di prendere il sopravvento.

Ok, allora annuntio vobis gaudium magnum habemus… IL DOTTORE DONNA!!! 

In Psicologia e Comunicazione.

Per chi non è un nerd masticone, sappiate che è una raffinata e acculturata citazione da Doctor Who. Voto finale, un bel 106. Sì. Sì, mi disturba alquanto il fatto che manchino 4 punti e una lode al voto, ma vabbè, vedrò di non trasformarmi in un’idra a 12 teste per questo motivo. In fondo, tra tutte le cose che ho fatto, mi sono riuscita a laureare lavorando e conducendo il Manifesto Italiano del Dieselpunk.

Forza, da adesso in poi, non è altro che una strada in salita costellata di spine e piena di fastidiose buche, senza contare i goblin che mi lanciano i sassi dal cavalcavia. Poi, finalmente sarò un Dottore di Ricerca. O tutto quello che vorrò. Il Dottore Donna, eh, gran cosa.

Chissà che ne direbbe il vecchio Jack (Harkness).

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Bambole archimiche schizoidi, Aldebaran chiama.

Pensavo allo stile.

Pensavo allo stile del mio pensiero: languido, contorto, macchinoso e sezionato e sezionatore; tanto diverso dalle brevi, volgari coltellate di cui sa essere capace Bukowski, tanto lontano dalla maestosa serenità di Shakespeare, più vicino alla fremente, disperata espressione di Huxley.

E a ben guardare, a leggere tra le righe, questo stile non sembra poi essere tanto efficace. Per quanto mi piaccia, per quanto io adori parlare solo per il piacere di ascoltare la mia voce e vedere la sorpresa delinearsi negli occhi del mio pubblico – o il silenzio ammutolito all’altro capo del telefono. Il mio stile cognitivo è solo mio, luce di cui ardo che è soltanto mia, non volgare imitazione.

Ma c’è sempre qualcosa – qualche dannato granello di sabbia nei denti, qualche dannato fil di ferro che mi pungola la tempia – che mi tiene incastrata in questo perenne ottovolante bipolare. Il ricatto più antico del mondo, più antico dell’anima stessa delle stelle di cui sono fatta anche io. E così va. Faccio spallucce contemplando l’universo, azzardando qualche debole commento cinico che non farà altro che portarmi nuovo dolore. Guarda che non sono una bambola, mi vien voglia di dire, come faceva una canzone, anche se lo sembro – così bianca e dura, così fragile ma perfetta – io non sono una finzione, io ho un cuore e un sistema cognitivo che funzionano con scosse elettriche i cui spikes sono centomila volte più sincopati di quelli del popolo!

Stronzaggine, civetteria e dolcezza: ecco gli ingredienti (non troppo) segreti dell’esplosiva miscela d’Elisir d’Amore brevettata dalle migliori segacuori in circolazione, seguaci del mitologico Stronzo Supremo. Bah. Una religione che faccio fatica a capire, figuriamoci assimilarne i precetti.  Io non sono una che segue la Via del Laboratorio, né mi sento un Archimico, troppo esagerati in tutto quello che fanno. Ma devo piegarmi a questa versione dei fatti, perché il mio Maestro incorporeo mi rimprovera sussurrandomi dentro: Egli sa, che in fondo in fondo anche io mi lascio tentare dall’applicare alla lettera tutte le nozioni ottenendo risultati variabili a seconda della mia preparazione spirituale, cognitiva, sperimentale. E’ un po’ come la differenza fra iniziazione e vocazione, fra imparare con esercizi a pappagallo e comprendere istantaneamente, istintivamente la terminologia e i concetti che si ripetono e si inseguono di loro volontà nella mente. Così, le idee prendono forma e corpo e colore. Vita propria. Vita mia. Vita di un Archimico schizoparanoide. Vedere il nemico nella propria ombra, sentire la propria diversità. Quando ti senti tutti gli occhi addosso, e quando no. Quando ti rendi conto che l’Elisir d’Amore non esiste, o almeno cerchi d’illuderti che non sia così. Questo schema di difesa nasce dalla stretta allo stomaco che avverto al solo pensarci, stretta che sale sempre più su, fino a fermarsi dietro il nervo ottico e lì mi pungola come un impianto. Mi pungola come doveva pungolare ad Einstein il fatto di poter parlare di relatività quantistica per ore, ed essere incapace il mattino dopo di trovare le proprie ciabatte sotto al letto. Mi pungola, essere un genio dalla stupefacente capacità ipnotica vocale, dalla maestria tuttologica, incapace di comunicare efficacemente in materia di sentimenti ragionevoli.

Awkward.

Che tentazione di sm****re tutto e tutti, con una piccola finestrella dimenticata aperta, che per me è grande quanto lo schermo divino di una nave pleiadiana. Oh sì, voglia di urlare al mondo i segreti che gelosamente ho custodito, che in segreto ho appreso come un Confratello in missione. Ma non lo farò, per pigrizia o voglia di chiudermi a riccio innalzando i miei aculei. Tanto, non sono capace di fare del male. Al massimo, di rispondere se attaccata.

Ma un uomo è parte del Tutto, e come tale deve accettare che il Tutto nella sua forma attuale può non essere lo stesso Tutto che costui s’immaginava; un piccolo Tutto qui-ed-ora, gretto e meschino, un piccolo Tutto fatto di ricatti e lusinghe a cui cedere, che si trasformano il giorno dopo nella gogna del dolore, del disprezzo per la propria debolezza e del prendere il muro a testate per cercare di svegliarsi. Così pensavo allo stile e a quanto può essere inutile dedicare agli altri il proprio dolce ed immenso stil novo, poi però ho sentito un rumore e mi sono spaventata, e tutto è finito.

Il rumore era quello delle lacrime del male ultimo, commosso dalla mia straordinaria capacità di chiudere gli occhi con cinismo di fronte agli elefanti che ho negli occhi, ai cigni che mi attraversano la strada, e sembrano dirmi: ehi, guarda che ti stanno prendendo per il c**o, reagisci! E io niente.

Sono fatta della stessa sostanza di cui sono fatte le stelle ambiziose che ruotano attorno al Sole Nero centro di tutte le galassie, al quale cerco di tornare in ogni passo vano che faccio su questo pianeta, in questa forma. In ogni errore, in ogni dolore cui cederò ancora. Non è il mio mondo, non è il mio tempo, credo. Aldebaran era in fiamme, quando sono nata quaggiù; Aldebaran chiama la propria figlia perduta, perduta fra le pagine di un libro che non finisce mai di leggere… o fra cespugli di rose che nascondono bene le proprie spine.