Dopo i bagordi, qualcosa non mi quadra.

Hello, is anybody out there ? urlava un uomo disperato in Comfortably Numb dei Pink Floyd.

Io non urlo, ma tendo a percepire lo stesso tipo di angoscia che trasuda tra le loro note smorzate nelle mie orecchie a volumi improbabili, mentre mi aggiro in una città prossima al crollo, i cui edifici mi ricordano una fila di dinosauri che attende l’estinzione. Poca gente, tanti balordi che saltano fuori dagli angoli quando meno te lo aspetti, desolazione e serrande calate.

No, non è lo scenario di un film post-apocalittico. E’ semplicemente la mia cara vecchia Milano, passati i bagordi ferragostai.

Milano in agosto.

Sforzatevi, dai, cari lettori! Non si capisce di che sto parlando???

Ma del ferragostismo, mi pare naturale. Di quella strana sindrome che colpisce le serrande di utili posti quali tabaccai, servizi pubblici, negozi etc. nonché i mezzi pubblici in un periodo dell’anno come questo. E così, ansimante all’ombra di una pensilina di una non meglio identificata linea, attendo un bus che sembra non arrivare mai… Guardo la poca gente che talvolta passa, nello stanco tardo pomeriggio ancora martoriato da un solleone da mezzogiorno.  Sembra di stare nel deserto. Quante facce che non mi piacciono. Tutte facce che non dovrebbero esserci, se fosse per me. E penso.

Penso che forse una volta si stava meglio. Che forse una volta andare in vacanza aveva un senso, ai tempi della mia nonna. La montagna, il sole, le passeggiate, per staccare dalla routine del lavuracc milanés. Qui, è quanto mai lontano dalle immagini estive cui siamo abituati, le immagini con le quali i mezzi di comunicazione cercano di indurti a vedere l’estate in un certo modo, le ferie in un altro. Diciamo che io ho sempre avuto, oltretutto, una concezione tutta mia delle vacanze. Odio il caldo, le spiagge affollate di topless e le discoteche dove sudano anche i vetri. Sono sempre stata un tipo da montagna, al massimo da lago, insomma in agosto mi piaceva (quando ancora le finanze lo permettevano) scappare alla mia vera casa, nella fresca e atipica estate d’Austria. Mi piaceva, salirmene a Innsbruck e laggiù invertire i normali ritmi sonno-veglia trasformandomi in una civetta da alpeggio, salire ai pascoli e passare i pomeriggi a bere Anima Nera con gli alpini di 60 anni. Il sangue chiama, c’è poco da fare.

Ma per me, l’estate ha (da qualche anno) un solo senso: studiare per recuperare gli esami di settembre, e lavorare come una mondina sperando in un rinnovo del posto (che sospetto tanto non arriverà mai). 12 mesi su 12. 5 giorni su 7. Con gli straordinari. Ho finito la sigaretta, qui alla pensilina, e la mia granita ormai si è sciolta divenendo una pozza verdastra che mi cola tra i piedi regalandomi un attimo di refrigerio, mentre il ventaglio da signora bon ton mi frigge tra le mani; dai, non fa così schifo l’estate milanese.

Ho più spazio nella città. Tutta mia la città – se non fosse per la poca gente rimasta, se non fosse per la sporcizia e il degrado. Chiudo il libro e intanto mi chiedo, è questo ciò che chiamano crisi?

Perché si vedono le aziende che chiudono, e poi io lavoro tutto l’anno? Non sarò mica l’unica “pecorona”? E come mai vedo respingere le richieste di ferie di alcuni colleghi (7 giorni o poco più) mentre certi (tanti) negozi espongono la loro bella targhetta “Chiuso per ferie dal 1 al 31 agosto” ?!

Ohéé, certo. Non sto facendo del negazionismo. Nè sto dando dei “pecoroni” a quelli che passano gli inverni e le primavere a pianificarsi le povere vacanzette di 15 giorni o poco più, lamentandosi poi per il caldo e le troppe ore di viaggio, sfiancandoti al ritorno (sul lavoro s’intende) con i loro orrorifici racconti di “quanto si divertiva la piccinina in spiaggia” o “quanto faceva schifo quell’hotel pieno di blatte” con la faccia e le spalle color aragosta ben cotta. No, lo dico prima che qualche lettore pensa male.

Ehi, il mio bus è arrivato. Devo andare a lavorare anche oggi, come domani e come dopodomani. Vedrò di fare il possibile per evitare di prendere l’ascensore con qualche collega dalla faccia stranamente colorata come un’aragosta appena uscita dalla pentola.

Salgo sul bus semivuoto senza degnare d’uno sguardo l’autista che si ringalluzzisce tutto vedendo una forma di vita femminile che profana il suo regno, e sorrido nascosta sotto gli occhiali da sole. Sorrido ripensando al mio personale bagordo ferragostaio… cena al sushi e dopocena insieme al mio uomo, e piccoli acquisti folli in uno strano negozietto che ho scoperto l’altro giorno, che vende tarocchi e quadri materici artigianali di tutti i tipi, oltre a qualche rarità milanese da robivecchi. Chissà che io non trovi risposta al mio malessere di vivere, nascosta tra quelle bellissime immagini tardo settecentesche.

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Published in: on 17 agosto 2011 at 10:06 PM  Comments (4)  

El Poetta de Milan, e la sò “Zamperla”

Sono giorni davvero tristi, e carichi di sfortune non comuni che sembrano piombarti in testa come il pianoforte a George Clooney in una nota pubblicità.

Sento quanto mai la mancanza di una grande persona, che oggi vorrei ricordare, e commemorare sia per il suo genio artistico che per il suo grande cuore: mio nonno Armando Brocchieri (1922 – 2001), El Poetta di Navili, un Poetta de Milan. Il più grande – almeno nel mio cuore.

La mia è una famiglia di artisti, professori, scrittori e filosofi originaria dei Navigli di Milano, con frange pavesi, austriache e francesi, dove il gene del genio è spesso andato a braccetto con quello della follia; ne vado molto orgogliosa, ma del nonno in particolare. Alto e fiero, nasone dritto e sguardo penetrante, irascibile ma accattivante, saggio e  geniale, del nonno ho un ricordo indelebile e amorevole. Ricordo i pomeriggi passati a fare i cruciverba e a imparare nuove parole. Ricordo le cene alle quali l’unica lingua ammessa era el dialett milanes. Ricordo i suoi spietati giudizi sulle note di pianoforte che mi dilettavo a comporre (ben presto abbandonate…), e quelli un poco più favorevoli sulle mie liriche acerbe e pure, non ancora adolescenti.

Ma oggi voglio soprattutto ricordare le sue numerose opere, attraverso le parole di P. De Marchi: Magnetizza il pubblico con i suoi racconti, i suoi personaggi, le poesie, i canti, quasi nenie, che ci riportano alla Milano inizio secolo. Una Milano in crescita, che vuole stare al passo col progresso e col processo industriale e lo fa sulle spalle della povera gente, che ha lasciato la miseria della campagna per vivere la miseria della città. Gente dai mille mestieri, che si identifica coi soprannomi, ma che ha un cuore grande e come unico divertimento la “ciocca” del sabato sera che scioglie i dispiaceri nel canto corale. Ed è proprio di questa gente che Brocchieri ci parla, di “Donna Regina [mia nonna, N.d.r.] e la sua osteria” con il suo campionario di clienti, di “Donna Adele” e le “sante” dei “gamber del Sassee”. El Sassee [dove ora c’è la metrò di Romolo, N.d.r.] , me lo ricordo anch’io… Brocchieri racconta, con pudore quasi rassegnato; i suoi personaggi hanno corpo e voce…”

La storia de Milan è forse il suo lascito più famoso, accanto a Donna Regina e Donn de la Riva, nel quale gli avvenimenti storici principali della sua amata città vengono raccontati in una lunga poesia da un nonno a un nipotino, accompagnati dalle suggestive illustrazioni del Cottino. Un po’ come ha sempre fatto con me, con la sua “Zamperla” . Chissà che avrebbe detto il nonno, se avesse potuto leggere tutti i voli pindarici che faccio ora – che inizio e non termino, che termino e rimaneggio mille volte indecisa su quando sublimarne il fallimento – ma di una cosa sono sicura, di tutte le poesie che leggerete nel mio blog, queste saranno sempre le più belle.

Vi lascio quindi alla calda e profonda voce del nonno, con questa splendida e nostalgica lirica notturna.