C’è un posto speciale, all’Inferno

E’ da tanto tempo che non mi si sente, su queste pagine e in molti altri reami di creazione e comunicazione; forse, perché il mio spirito sta tacendo.

E’ passato, in pratica, più di un anno in termini terrestri. Perdonatemi.

Mi rendo conto che, rileggendo i miei vecchi scritti, un tempo era come se vedessi tutto “o nero o bianco”. Ero incapace della famosa “via di mezzo”, incapace – checché mi ritenessi superiore, o la mia intelligenza pressoché infallibile – di vedere le cose, spesso, per come essere andavano viste. O vissute. Ma non rinuncerei mai, a quello che sono stata; perché altrimenti la persona che sono oggi non esisterebbe, visto che la nostra unicità è data per un 50% dalla genetica e un 50% dall’ambiente. Le esperienze che abbiamo e ciò che ci troviamo ad affrontare nel plasmare la forma e l’anima del nostro carattere un po’ capitano e un po’ ce le scegliamo.

Il mio spirito tace, dicevo, ed è da un po’ di tempo che attraverso una profonda crisi positiva, che mi spingerà a ridisegnare molti ambiti ed aspetti di ciò che è stata la mia vita e le mie aspirazioni. Dopo la laurea breve, mi sono riposata, partendo estremamente in ritardo con il successivo percorso formativo che mi aspetta. Un po’ come il Dio della Bibbia dopo aver creato ininterrottamente, ho sentito il bisogno di lasciare andare un po’ di tensione e cercare quella pace che mai riesco a trovare, riuscendo alla fine solo a mancare a molti degli obiettivi che mi ero prefissata e rendendomi passiva di fronte allo scorrere del tempo e il nascere di nuove tecnologie.

E adesso mi trovo a fare i conti con un altro dei nuovi demoni del mondo di oggi, un demone che mi è silenziosamente rimasto a fianco per molto tempo senza che lo vedessi o ne avvertissi la presenza; un demone che ha prosciugato alcune importanti energie.

La comunicazione è uno scambio di informazioni. Come tale, può essere intesa come scambio di energie; sono queste, le energie che si stanno piano piano consumando. Il motivo, essenzialmente, è l’impossibilità di comunicare. In questo tempo dove ho volontariamente rifuggito l’impegno accademico ho avuto modo di concentrarmi su quelli che prima erano semplici “difetti”, piccoli lati della mia personalità che non consideravo più di tanto utili. Ma ora mi rendo conto di quanto sia indispensabile, saper comunicare in modo efficace ciò che voglio e riconoscere le mie emozioni; prima non m’importava, m’importava solo vedere gli occhi sgranati della gente ogniqualvolta aprissi bocca. Non importava che fossi un leader nato, un affascinatore delle folle, incapace però di farsi sentire quando messo di fronte a valori quali l’onore o il sacrificio di sè stessi. Perché così era, così è ancora. E non va bene, ho scoperto.

Far innamorare le folle è un dono perfettamente inutile se poi non si riesce a ricevere in cambio l’energia che ci serve. Il feedback umano. Il sentirsi all’altezza di sé stessi. Non ho mai avuto dubbi su chi sono o cosa sappia fare. Il problema, vedo, è l’impossibilità a comunicare che ho proprio con i miei altri significativi. Eticamente corretta, moralmente inossidabile e impegnata su tutti i fronti per essere ciò che si definisce “una persona per bene”, non riesco a far passare il mio messaggio oltre il muro di pretese che avvolge il mio rapporto con essi e la triste, fitta coltre di insofferenza. Sarà forse colpa mia? Può darsi. Non vedo il dove né il come, ma può darsi.

E inizia a farmi del male, il non riuscire a interagire senza dover spronfondare nel mutismo o nell’alzata di occhi al cielo. Tiriamo pure in ballo i chakra e lo squilibrio delle forze cosmiche, se ci va, ma se non impariamo a lavorare su noi stessi saremo per sempre prigionieri di questa gabbia invisibile, da noi stessi istituita, che ci rinchiude da dentro, invece che intrappolarci al di fuori. Siamo quanto mai soli, all’Inferno c’è un posto speciale, ed è proprio come i miei altri significativi. Reali ed immaginari, articolati inutilmente nella mia comunità fantasma interiore; inutili, inutili quanto le immagini antiche che ho di loro e credo ancora essere quelle corrette.

Mi sembra di svegliarmi da un lungo sogno grazie a qualcuno che, finalmente, getta sabbia bruciante nei miei occhi.

Cercherò di trovarmi, di trovare il mio posto.

E di uscire dall’Inferno, lasciandovi solamente i fantasmi che sussurrano nell’ombra e gridano improperi.

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Il Dottore Donna.

Sono stata un po’ assente, di questi tempi. Assente col corpo, assente con la mente. Probabile che fossi da qualche parte tra Sirio e Antares, mentre mi arrabattavo per far quadrare il cerchio imperfetto i cui angoli dalle geometrie inesistenti nel mondo terrestre comprendono lavoro, studio, soldi che non ci sono e nessun tempo per farmi le unghie.

I miei capelli. Seeeee, come no, magari. Sono un po' più disordinati e con qualche doppia punta.

I miei capelli. Seeeee, come no, magari. Sono un po’ più disordinati e con qualche doppia punta.

Ma le finger-waves nei capelli, beh, quelle sì. Toglietemi tutto, ma non i miei capelli anni ’30.

Virtualmente tuttologa, mi dedicavo a un sacco di invenzioni una più inutile dell’altra, aspettando il giorno in cui l’ispirazione dello Scrittore avrebbe ricominciato a scorrere in me, deformandomi le vene bluastre nel corpo in letargo come un Grande Antico padrone che rinasce un pezzetto alla volta dentro di me, a ogni obiettivo raggiunto e ogni livello che superavo senza usufruire di alcun tutorial. Parlami, e io ti stupirò.

E un altro obiettivo è stato raggiunto, ieri. Ecco perché sono stata un po’ assente: mentre organizzavo una rivoluzione su Sirio B e mi davo da fare per aiutare la gilda dei mercanti su Sirio A, nel frattempo scrivevo una tesi sull’origine neurobiologica della coscienza umana  e davo 3/4 esami, ora non ricordo di preciso, ma ecco spiegata la mia lieve leggerezza dell’essere in questo periodo. Forse, non era altro che un meccanismo semplice di autodifesa mentale, una barriera del , un escamotage brevettato dai miei demoniaci lobi frontali per impedire alla pazzia di prendere il sopravvento.

Ok, allora annuntio vobis gaudium magnum habemus… IL DOTTORE DONNA!!! 

In Psicologia e Comunicazione.

Per chi non è un nerd masticone, sappiate che è una raffinata e acculturata citazione da Doctor Who. Voto finale, un bel 106. Sì. Sì, mi disturba alquanto il fatto che manchino 4 punti e una lode al voto, ma vabbè, vedrò di non trasformarmi in un’idra a 12 teste per questo motivo. In fondo, tra tutte le cose che ho fatto, mi sono riuscita a laureare lavorando e conducendo il Manifesto Italiano del Dieselpunk.

Forza, da adesso in poi, non è altro che una strada in salita costellata di spine e piena di fastidiose buche, senza contare i goblin che mi lanciano i sassi dal cavalcavia. Poi, finalmente sarò un Dottore di Ricerca. O tutto quello che vorrò. Il Dottore Donna, eh, gran cosa.

Chissà che ne direbbe il vecchio Jack (Harkness).

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Dejà-vu: un check-point dell’entropia universale

La memoria è una delle funzioni psichiche più importanti di cui siamo dotati.

Ci pensavo ieri, mentre camminavo per le strade della mia città sotto una forte pioggia malinconica, avvolta stretta nel doppiopetto nero e i pantaloni a taglio dritto, neri anch’essi. Ricordo le vie che ho attraversato, il rumore delle gocce che s’infrangevano al di sopra del mio corpo, l’odore del cemento bagnato. Gli sms che ho inviato.

Ci sono molte forme di memoria. Da quella sensoriale a quella procedurale, ma ieri ho pensato molto a quella episodica. Quella più tradizionale, insomma, il ricordo degli eventi.

Partiamo dalle basi… Le operazioni basiche: codificaimmagazzinamentorecupero delle informazioni in seguito a una sollecitazione.

… Per arrivare alle basi fisiologiche: ippocampo, corpi mammillari, talamo medio-dorsale, strutture cerebrali antiche almeno quanto le radici della nostra razza, ancora nebulose all’occhio della scienza, come anche il processo di comunicazione attraverso i neurotrasmettitori necessari a farla funzionare. Come molte altre funzioni, anche la memoria episodica è una funzione emergente del cervello umano: una funzione superiore e complessa che deriva dall’interazione di molti substrati più o meno semplici.Gran parte di ciò che sappiamo sulla memoria lo dobbiamo a studi su pazienti che hanno un qualche genere di disturbo, come di molte altre funzioni psichiche attualmente esaminate.

 La memoria è anche fautrice di esperienze affascinanti e misteriose, come il rimuovere del tutto un evento, o sapere di averlo già vissuto. La sensazione straniante che si prova quando, in un determinato momento, si avverte quello “sbalzo” nella coscienza, che fa pensare, che fa dire: “Ma io ho già visto tutto questo.”

Il dejà-vu.

Il termine è stato coniato dal ricercatore francese Emile Boirac alla fine dell’Ottocento, per dare un nome al misterioso fenomeno studiato già da alcuni anni a quella parte, spesso visto come la manifestazione di funzioni più superiori ed oscure del cervello umano.

Sembra che esso possa insorgere soltanto a partire dal raggiungimento di un certo grado di sviluppo del cervello, e che sia un fenomeno “normale” nel senso statistico del termine (la maggior parte delle persone lo sperimenta almeno una volta nella vita). Personalmente non mi trovo d’accordo con l’opinione quasi unanime che i bambini ne siano immuni, un po’ per esperienza personale, un po’ perché ritengo comunque che una funzione arcaica come la memoria necessiti solo parzialmente di un grado di sviluppo alto.

L’angosciante sensazione di spaesamento che per un brevissimo istante fa avvertire un momento, un’immagine, una percezione come già esperita ha già ricevuto l’attenzione di molti studiosi ed attualmente esistono più di 30 spiegazioni differenti al riguardo. Da quelle neurologiche, che si concentrano principalmente sulle possibilità di un danno alle funzioni cerebrali (come ad esempio in coloro che soffrono della condizione di “dejà vu cronico”) a quelle attenzionali (che riguardano la possibilità di “desincronizzazione” fra stimolo e processo di analisi, che causerebbero un ritardo nella percezione cosciente), a quelle amnesiche (ma qui si sfocia nell’ancora più misterioso e meno indagato campo dei sogni e del ricordo non cosciente…)

 Ma io, da brava sognatrice e futura ricercatrice nel campo della coscienza umana, ho la mia personale “Teoria Fringe”. Assumendo come spiegazione-base una delle tante teorie attenzionali – che sinora mi sono sembrate le più coerenti – proverò quindi a indagare le possibilità causali di un fenomeno oscuro come il rivivere un momento sul momento stesso. Perché è di questo che si tratta: il dejà-vu non è una semplice consapevolezza “a posteriori”, è il vivere questa consapevolezza sulla propria pelle, al momento preciso in cui esso accade.

[AVVERTENZA. Non credo alla psicanalisi né a tutte quelle affermazioni metodologiche ma non scientifiche riguardanti un non ben definito “inconscio” in costante lotta con un “Io” o come si voglia chiamarlo.]

Dunque, partendo dal presupposto che per esperire un dejà-vu occorre che vi sia un lieve span – un ritardo, una desincronizzazione – fra stimolo processato e stimolo percepito, il significato (o meglio la sensazione della percezione, la sua ombra, il suo fantasma) deve in qualche modo permanere attraverso un substrato mnestico che non emerge alla coscienza, causando così la sensazione di familiarità al momento del conseguente riprocessamento dell’informazione.

Questo significa dunque che c’è stata un’interruzione nella continuità dell’attenzione, costante nel cervello umano da svegli (e in quello della maggior parte dei mammiferi), che ha costretto il cervello a una doppia processazione: la prima volta da zero, a stimolo presentato – la seconda a stimolo nascosto nei meandri della mente non cosciente. Potrebbe quindi trattarsi di un semplice scompenso, un’aberrazione nella diffusione degli impulsi neuronali, un’errata attivazione delle mappe neuronali ippocampali (nel caso di dejà-vu di luoghi) oppure dei neuroni-specchio (nel caso dei dejà-vu riguardanti persone o azioni svolte).

Il mio problema è conoscere la causa di questo scompenso.

Ogni disturbo nell’equilibrio a cui tendono tutti i sistemi aperti (compreso il cervello umano) causa – sempre – un aumento di entropia, ossia di tendenza al disordine con conseguente tentativo di recuperare l’equilibrio cui si tendeva originariamente. E poiché supponiamo che l’universo sia un sistema chiuso, l’energia presente all’interno di esso non può crearsi né distruggersi, ma può solamente scambiarsi con se stessa e assumere varie forme… Naturalmente nel passaggio qualche cosa va perduta; ogni volta che una quantità di energia viene convertita da una forma a un’altra si ha la degradazione di una parte di essa, che va così ad aumentare nuovamente l’entropia, essendo impossibile da riconvertire.

 Nulla mi impedisce quindi di pensare che, se l’energia che attraversa la mia psiche/il mio corpo non è stata “creata”, ma è solo la trasformazione di qualcos’altro, ogni volta che la si scompensa si aumenta anche l’entropia del sistema, causando un degrado di altre energie. Se l’energia che mi anima non è stata creata, deve allora avere un equivalente da qualche parte nell’universo, per il quale si trova in uno stato di equilibrio. Non parlo esattamente di “mondi paralleli” – non credo alla teoria di un universo-specchio dove da una parte sono buona e nell’altra sono cattiva – bensì di qualcosa di più sottile; se da una parte io esisto in una certa forma, affinché l’universo non collassi la mia energia deve pur essere controbilanciata da un’altra parte, in una forma diversa, in uno spazio diverso…

E quando accade qualche cosa a questo equilibrio, qualcosa di terribile, qualcosa di estremamente entropico (come la morte, per esempio!) ecco che si verifica il tutto. La tendenza all’equilibrio entra dunque in gioco; non potendo in altra maniera riparare all’aumento dell’entropia, l’energia regredisce a uno stato precedentemente assunto (“torna indietro nel tempo” mi sembra una frase da film di fantascienza) in modo da poter dare alla coscienza possibilità di riparare a questa aberrazione. Con un degrado inevitabile di una parte di essa.

… Come codifica la mente umana tutto questo? Con uno “sbalzo” nella coscienza, un’improvvisa sensazione di smarrimento, alla quale fa seguito la traccia arcana mnestica di un qualcosa di già vissuto. E da lì si riparte, sperando che l’equilibrio si ripari… pena il collasso dell’universo o di una sua parte.

Il dejà-vu, per me, rappresenta quindi sì un meccanismo neurologico/processuale del cervello umano – lo sfasamento nell’attenzione di cui parlavo prima – originato però da un problema nell’equilibrio energetico, e al contempo sua stessa soluzione e unica possibilità di riparazione da conseguenze estreme. Ed entropiche.

E’ più facile da capire se pensiamo ai video-games: ogni volta che ho un dejà-vu, penso di stare ripartendo dal mio ultimo check-point dove ho salvato il gioco… della vita.

Considerazioni Pre-Sessione Estiva. Le Contraddizioni della Scienza.

Che la psichiatria faccia impazzire invece che curare, è un assioma idiota da sfatare. Come l’idea che la malattia mentale debba per forza associarsi ad aggressività (i due miti forse più famosi che gettano ombra sulla psichiatria anche e  soprattutto grazie al contributo dei media e della cattiva informazione: il pazzo criminale e lo psichiatra dominatore). E’ la società (e con questo NON intendo fare discorsi pseudopolitici) che determina dicotomie basilari cui siamo abituati sin da piccoli, come quella tra sano/malato. Come lo riconoscete, voi, un malato di mente? Dagli abiti? Dal comportamento? La malattia è tale grazie all’immagine che le si attribuisce attraverso le lenti di un’epoca.

Il manicomio in un'incisione settecentesca.

Il "reparto agitati" nella moderna interpretazione del manicomio nel film "Qualcuno volò sul nido del cuculo", 1975

Come l’immagine dello studioso della mente e del cervello che è cambiata radicalmente, tra Ottocento e Novecento. Come le leggi che si sono avvicendate e sostituite riguardo autorità del medico, gestione del manicomio, gestione dei reparti psichiatrici e dei trattamenti obbligatori…

Questo il mio motto – perché la verità sta nel mezzo, d’accordo che non occorre esagerare con farmaci e trattamenti forzati – ma la psichiatria è nata inizialmente come

  • Scienza della Natura – il cui obiettivo è spiegare e curare l’essere umano e le sue patologie a livello naturalistico
  • ramificandosi poi, anche troppo, come Scienza dell’uomo che cerca di comprendere la nostra unicità olistica – in senso anche antropologico o semplicemente fenomenologico.

Troppe scelte possono costituire un ostacolo. L’Ottocento e il Novecento hanno visto troppe teorie contrapporsi e lottare tra di loro per un primato, a dire il vero, inesistente. E’ l’unione che fa la forza, in questo caso. Sì, sono per l’olismo teorico. Tornare a riunire ciò che tempo fa è stato diviso…

Ne consegue che, a seconda dell’orientamento e del modo di vedere, capire, indagare la malattia – scientifico o meno – cambiano non solo i trattamenti e i metodi di ricerca, ma la radice stessa del concetto di malattia attraverso le percezioni e rappresentazioni della stessa, derivanti dai diversi approcci. Per qualcuno, il malato psicopatogeno è a un livello inferiore nella scala evolutiva, per altri è quasi un mistico, un veggente oppure semplicemente più vicino all’origine dell’esperienza umana grazie al controllo che si allenta attraverso i meccanismi psichici compromessi.

Il manifesto di una mostra tenutasi a Siena in maggio, che spiega bene l'archetipo post-moderno del "genio folle".

E troppo spesso viene commesso l’errore di confondere il “pacchetto sintomatologico” con la malattia stessa. Per fortuna, quanto meno la radicale opposizione tra chi studiava l’essere umano monade e chi invece propendeva per la non scindibilità dello stesso dal contesto interpersonale, si è disciolta a favore di un generale inquadramento relazionale che non dimentica però l’indagine del bizzarro “mondo interno”.

Mondo esogeno e mondo endogeno.

Veniamo poi all’eziologia, che ha un ruolo non indifferente riguardo a tale percezione e a tutto ciò che ne consegue. Moebius (primo Novecento) ha enunciato per primo la differenza che intercorre tra cause esogene ed endogene. Da lì, nuove lotte intestine tra chi pensa che la malattia non esiste e sia una mera costruzione sociale, chi pensa che “malati si nasce” per genetica o predisposizioni familiari, chi dice che siano l’ambiente e le costrizioni sociali a scatenare la malattia in termini di conflitto e risposta ad esso… Risposta degenerata.

Assistiamo al giorno d’oggi, dagli anni Settanta in poi, a un revival della psicobiologia e del cosiddetto filone di ricerca genetica o dei disturbi che hanno una causa insita nella fisicità dell’essere. Gli psicologi, dal canto loro, tentano ancora di spiegare – spesso invano, come nel caso della schizofrenia – quali siano i meccanismi sottostanti al sintomo e all’insorgere della malattia, che cos’è che va e non va nella macchina perfetta – e astratta – della cognizione umana.

La malattia da spot esiste?

Tornando a prima, secondo me, sbaglia chi si pone su questo o l’altro fronte. La psicopatologia e lo studio della mente umana andrebbero affrontati certamente con una buona dose di olismo e anche di metafisica, ma senza trascendere troppo in territori più psicanalitici che scientifici… Anche perché vige ormai la contrapposizione biologico vs. psicologico, e io non ci sto. Come non ci sto al semplice studio filantropico-antropologico di come funziona il pensiero umano. L’essere umano, nel corso della vita, affronta tante dissociazioni e dissonanze mirando talvolta a una totalità dimenticata – che si può raggiungere solo attraverso “la consapevolezza di essere consapevoli”, si dice – e le varie discipline che vanno dall’Arte Regia di Ermete Trismegisto alla meditazione buddista sono testimonianza della nostra ultima aspirazione, che però di questi tempi abbiamo dimenticato in favore di una vita e di una cultura che ottenebra i sensi e la capacità di ragionamento. Verrebbe da

chiedersi a quale scopo succede il tutto, ma ci vorrebbero decine e decine di topic dedicati – e l’argomento delle mie considerazioni era un altro.

Non riesco a collocarmi in nessuno dei paradigmi attuali su questo tema, in quanto io miro a una comprensione e a un paradigma ben più estesi. Miro al “paradigma del tutto” – biologico, genetico, psicologico, patologico, mistico, spaziale e chi più ne ha più ne metta – l’uomo nel cosmo – ma temo che rimarrò una sognatrice, anzi un’utopista, perché l’uomo non potrà arrivare a conoscere se stesso risolvendo il tutto nel giro di qualche studio da ricercatore, almeno per ora.

Per realizzare il mio progetto, avrei bisogno di un grande balzo in avanti – di tecnologie e di vedute. Ma mi sembra di essere quanto mai sola in un mare costellato di piccoli porti e isole, tutti connessi ma nessuno che ne rilevi la caratteristica fondamentale, e nessuno degli strumenti d’indagine di cui disponiamo è abbastanza adeguato a supportare i nuovi metodi di ricerca della mente consapevole.

Salvadorì Dali, opera che non sono riuscita a identificare. Ma esprime l'idea di un "tutto" che a quanto pare io e il pittore condividiamo...

Dejà-vu onirico. E l’incubo continua, anche se mi sveglio.

Anche la ragazza di Dali, Gala, sembrava soffrire di falsi risvegli...

Ero dalle parti di Piazza Trento, a Milano, o giù di lì.
Ho beccato una ex-collega di un ex-posto di lavoro dove abbiamo entrambe ex-lavorato per un anno, e ci siamo fermate a chiacchierare. Lei era felicissima di vedermi, insieme al suo amico ultracinquantenne ma ancora alternativo. Ma io avevo una cosa da fare… Quindi sono andata alla macchina nera, quella dove mio padre mi aveva detto di “piazzare l’ordigno”.
Che poi, questo ordigno, era più simile a un pacchettino di quelli del panettiere… Comunque sia, non sono riuscita a completare la mia missione. Colpa degli schermi di sorveglianza installati nella stupida BMW nera!
Salutavo quindi la mia ex-collega, andavo dal mio vecchio e gli dicevo che dovevo disattivare tutto.
Stop.

Quindi mi sono svegliata.

Ho raccontato il sogno assurdo al mio fidanzato, che era a letto accanto a me e lavorava al PC: mi ha risposto che secondo lui si trattava di “linee temporali alternative“, non ho ben capito cosa intendesse, ma nulla di preoccupante, insomma, tutto dentro la mia testa e… la vita continua.
Ho un preciso ricordo di me che mi sveglio e gli racconto il sogno

Il giorno dopo sono andata a lavorare, nel mio attuale nuovo posto. Lì, però, venivo cacciata via dopo appena 2 settimane di onesto e duro servizio. Certo, non che mi lasciassero a casa disoccupata… però venivo retrocessa a un posto di parecchio inferiore!!!
Secondo mia madre, che aveva subito contattato la mia ormai ex-datrice di lavoro, era perché non avevo preso gli appuntamenti giusti. Secondo il poveraccio nuovo che si trovava nella mia stessa barca, cacciato anche lui, era perché non ero andata alla casa nera.
MA QUALCUNO E’ IN GRADO DI DARMI UNA SPIEGAZIONE COERENTE, O NO???

No, of course… Mia madre che blatera di stare tranquilla, e cento idioti che parlano di case nere e appuntamenti non fissati, mentre mi si rovesciano a terra tutti i documenti e scappo via piangendo???
“ODDIO MI SEMBRA DI ESSERE DENTRO UN TRIP STORTO…”

E come se non bastasse, mentre mi avvio triste e mesta sulla strada di casa chi mi ritrovo? Un orrendo nano, una specie di gnomo del sottosuolo, umanoide, con le braccia lunghissime e gommose, che mi insegue e mi chiama gioioso.
Che schifo… Mi toccava con quei tentacoli viscidi, correndo velocissimo, e allora sì, che mi sono svegliata per davvero.

Rizzandomi sulla schiena con un gemito strozzato, lucida ma completamente paralizzata in quella posizione assurda – “GAASP!” – spaventando il mio povero fidanzato, seduto a letto accanto a me che lavorava tranquillo al PC.
E gli ho raccontato tutto. Anche se mi sembrava di avergli già detto quelle cose. Un dejà-vu onirico. Ciò lo ha impressionato molto, perché a lui non è mai capitato di svegliarsi dentro un sogno e proseguire tranquillamente finendo da una padella di assurdità alla brace degli orrori.

Odio quando la mente mi gioca questo tipo di scherzi. E a nessun altro è mai capitato di svegliarsi dentro un sogno, e continuare con l’incubo?

Secondo Wikipedia ,”Il fenomeno del “falso risveglio” potrebbe essere un meccanismo di protezione del sonno. Ad esempio, il sognatore […] decide di svegliarsi per sfuggire ad un incubo. Questi falsi risvegli causano la maggior parte delle volte la perdita di lucidità e il soggetto prosegue nel suo sogno normalmente (talvolta ci si sveglia realmente quando nel sogno già ci si è recati al lavoro). […] “

E come se non bastasse… ” […] l’acquisizione di consapevolezza del “falso risveglio” può essere l’anticamera di una esperienza assai angosciosa (anche se per fortuna breve): nel tentativo di risvegliarsi veramente, il soggetto si ritrova lucido e cosciente ma con il corpo paralizzato; ciò è dovuto alla cosiddetta paralisi ipnagogica che tipicamente accompagna le fasi REM.

Bene, trovata la spiegazione scientifica. Ma che mi dite della spiegazione soggettiva che dovrei applicare al mio povero stato mentale???

Aggiornamento: Ho trovato qualcosa sulle larve astrali – ma non ci credo molto… Sono troppo cognitivista, anche in senso onirico.

“LE LARVE”
Una larva può essere fatta di materia mentale o astrale. Generalmente è una creatura astrale creata per la ripetizione costante di un pensiero intenso alimentato da una passione particolare, da una cattiva abitudine o da altri difetti. Una persona crea inavvertitamente questi esseri con sostanza mentale od astrale, estratta dunque dal suo corpo mentale od astrale. In realtà la larva è una mezza creatura che vive nei sottopiani o nei più bassi piani astrali o mentali. Si nutre delle sostanze astrali o mentali (a seconda di dove vive) che emette la passione particolare o il difetto che l’ha creata. Essa ha una forma che ha una corrispondenza con il difetto creatore e possiede un forte istinto di autoconservazione. Sul cammino ermetico-magico, una larva fortemente sviluppata è un ostacolo generalmente molto difficile da superare.

Mi preoccupa di più la questione dell’ostacolo ermetico, come faccio a diventare Alchimista se sono infestata dalle larve astrali derivanti da pensieri schizoidi sepolti nel mio non-conscio??? Oddio, forse dovrei chiedere consiglio al buon vecchio Salvador Dali, lui si che di sogni ne capiva… se solo fosse ancora vivo.