20-05-2012: Allineamento Cosmico, ma niente profezie

Ieri è accaduto un evento molto importante. Un evento che va al di là di ogni pensiero negativo che mi tormenta di questi tempi. Crisi, odio, soldi, tutto il resto… Nulla per me ieri era più importante.

ALLINEAMENTO COSMICO SOLE-TERRA-PLEIADI, CON ECLISSI SOLARE.

Sì, lo so, faccio un po’ questo effetto a parlarne il giorno dopo. Ma è comunque un evento straordinario. Non solo perché (si dice) i calendari Maya lo avevano già previsto.

Insomma, ieri sullo zenith della piramide di Chichén Itzá si è vista una straordinaria eclissi solare, data dall’allineamento di Terra, Sole e stelle pleiadiane: un evento che il nostro angolo di cosmo non conosceva da ben 26.000 anni. Secondo alcune tradizioni antiche, questo momento significa anche l’attivazione di una nuova era, una nuova età dell’Universo.

C’è chi vuole interpretarlo come un segno divino, che riconduce alle profezie dei Maya. Ma io non credo a tali cose.

C’è chi vuole legarlo al terremoto che di recente ha scosso il Nord, mentre gli uomini di scienza confutano questa opinione.

Per chi vuole approfondire, ecco un interessante articolo a metà tra scienza e metafisica: Segni dal Cielo.it. Voi giudicate, io metto il grillo nell’orecchio.

Io sono solo uno scienziato che non sa ancora che farsene della propria fede, uno scienziato che non ha tempo di studiare né di fare nulla di ciò che ama, uno scienziato che cerca di carpire il segreto della Coscienza umana.

E nella coscienza ho avvertito uno sconquasso ieri, più forte delle scosse sismiche che hanno fatto tremare il mio confortevole letto. L’eclissi l’ho immaginata come il sorgere del Sole Nero nel cielo, il centro dell’energia cosmica cui molti Alchimisti di ieri e di oggi hanno cercato di accedere tramite l’espandersi della propria coscienza, oppure un altro tipo di tecnologie occulte.

E al Sole Nero ho rivolto le mie preghiere, mentre camminavo sotto un cielo plumbeo da Apocalisse, sicura d’aver finalmente carpito un brandello della immane Coscienza Cosmica alla quale un giorno spero di arrivare con i miei studi. Ma è sparito un secondo dopo averlo provato, ancora troppo legato alla mia carne. Dopodiché, ho ascoltato alcuni presunti “messaggi pleiadiani“, del Popolo delle Stelle che amo; e mi sono sentita molto confusa, perché non so se questa voce appartiene davvero ai miei Avi.

“Così in alto così in basso, dicevano gli antichi, dice anche la Tavola Smeraldina, il mio principale documento ermetico, un insegnamento eterno di vita e logica spaziale.

Ma dov’è “Alto”? Dov’è “Basso?” E soprattutto… chi è “Uomo?” Chi “Oltre-Uomo?”

Al cielo le risposte, ai nostri cuori alti la sete di sapere. E coloro che non sanno, che restino.

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SPECIALI: A different style for a different look. Introduzione

Buongiorno a tutti, come andiamo con i primi freddi dell’anno?

Oggi la vostra Lenore inaugura una nuova sezione di questo blog, tra gli Speciali: Different Look & Style. Dove parlerò di moda, stile, abbigliamento, trucco e parrucco, ma non solo. Different Look & Style sarà una sezione molto speciale, appunto, dove si avvicenderanno tutorial, riflessioni e persino un poco di cultura.

Iniziamo quindi con una riflessione che mi ha colpito di questi tempi, prima di parlare di correnti, abbigliamento e qualsiasi altra cosa.

L’apparenza è tutto, per gli esseri umani. Basti pensare solo al fatto che siamo gli unici animali che coprono il proprio corpo con oggetti da loro stessi creati; non voglio disquisire di argomenti filosofici et similia, non in questa sede almeno, ma occorre per forza puntualizzare alcuni capisaldi della teoria che sto per presentarvi come introduzione ai prossimi Speciali. Visto che vestirsi è necessità umana basilare – sia in termini evolutivi come riparo dagli agenti atmosferici, sia in termini di civiltà, dato che quasi nessuna cultura sulla faccia della Terra adotta il nudismo, se non in occasioni particolari – vorrei tanto che i miei lettori si fermassero a riflettere per un attimo sulla questione che ora vi presento…

La moda non è qualcosa di facile da definire. Come il concetto di stile. Quando avviene che i due termini sono sinonimi? Quando invece sono come l’acqua e il fuoco? E quando si parla di alternativo, vale lo stesso discorso? L’alternativo diventa moda? E mille altri interrogativi come questi, sono ciò che mi frulla in mente proprio ora.

Dunque… Iniziamo da una distinzione. La moda può essere quella delle passerelle, quella che rappresenta “le cose che vanno”, oppure i diktat di una particolare linea d’abbigliamento. Chiamiamole le “impostazioni generali”. Qui, sarà intesa principalmente in questo senso. Lo stile, invece, per me rappresenta qualcosa di molto personale. Pensiamo ad una qualsiasi “moda” o “corrente” che decidiamo di adottare – per la serie “Oggi mi sento… Oggi mi vesto…” – : al di là del suo nome o dei dettami indispensabili che questa ci impone o, al contrario, ci vieta di avere – e non si può negare – ognuno di noi, persino il più “ganzo” e quello più attento a tutte le novità di massa in fatto di look, è sensibile all’influenza del gusto personale, che aleggia come una grande ala protettrice contro la dittatura della motonia.

Il secondo da sinistra è un look vincente, non trovate?!

Nell’ambito del seguire una corrente, una moda, ognuno mette un po’ di Sè e un po’ di arte.

Preparandosi per andare al lavoro, a scuola, per uscire il sabato sera… Persino chi ritiene di non aderire ad alcuna moda e di vestirsi semplicemente come gli va, o a caso, durante il magico momento della vestizione le corde profonde dell’essere umano sono toccate. Di fronte all’armadio che ti guarda invitante, oppure ti deride facendoti pensare che oggi non hai nulla da metterti, oppure ti fa perdere un quarto d’ora semplicemente a pensare come potresti abbinare in modo gradevole i nuovi jeans con quelle magliette che conservi affettuosamente dai tempi del liceo… Decidere come vestirsi non è cosa semplice. Siamo ciò che indossiamo, per noi in quanto espressione individuale e soggettiva, per gli altri in quanto l’essere umano giudica per prima cosa in base alle proprie percezioni. Esterocezioni, naturalmente: alzi la mano chi riesce a staccarsi completamente dall’idea che si è fatto di una persona, un amico, un collega, semplicemente da come appare ai suoi occhi. Indipendentemente da quanto poi ci abbia conversato, o ne abbia una profonda conoscenza.

Che si tocchino i massimi livelli di eccentricità, o al contrario si propenda per il casual assoluto e più semplice possibile, il gusto personale è una cosa che abbiamo tutti – e trovo aberrante il giudicarlo connotandolo in positivo o negativo, senza considerare l’idea che tutte le facoltà e le caratteristiche dell’essere umano non sono mai “o bianco o nero”: tutto, persino la linea di vestiario, si colloca lungo un continuum che passa da un polo all’altro. E’ quindi profondamente errato, ragionare come se chi veste in modo diverso da noi (in stile differente, appunto!) si trovi sulla sponda opposta, come se fosse un soldato facente parte di un altro esercito. E’ solo un poco più distante da noi nella linea indefinita dell’apparenza umana.

Per come la vedo io, a meno che non si ecceda con l’eccesso o si scada nella volgarità, tutti gli stili personali sono rispettabili. Per il resto, non ho altri limiti. Ma chi può tracciare la linea tra sexy e volgare? E quella tra eccentricità ed eccesso?

Mi piace, mi piace...

Ciò che conta, credo, è il sentirsi bene nei propri panni, particolare piccolo ma essenziale, che troppo spesso ci dimentichiamo di considerare. Troppo spesso partiamo dalle fissazioni imposte dalla nostra immaginazione in fatto di look, piuttosto che da ciò che sentiamo a pelle. Troppo spesso, per seguire la moda, o al contrario per avversarla, per sparire o per farci notare… ci troviamo a stare un’intera giornata con addosso qualcosa che non fa parte di noi. Non c’è niente di peggio, che una persona vestita bene ma che si muove (e si sente) impacciata proprio a casa del look studiato con tanta difficoltà.

Concluderò dicendo che il look, per me, è una questione di cuore e di pancia, se capite cosa intendo. Pensateci, se volete, la prossima volta che sarete di fronte all’armadio, la prossima volta che vi costruirete il vostro set Polyvore mentale mentre siete sotto la doccia. Siamo ciò che indossiamo, non dobbiamo negarcelo – e soprattutto non dobbiamo mai dimenticarci che dentro a quegli abiti c’è una persona unica, la scelta non è mai casuale. E viene dal profondo del nostro Sé.

Il matrimonio alchemico: dall’incontro tra scienza e arte…

Dal 4 all’8 maggio 2011
Galleria di Arte Moderna, Villa Reale – Via Palestro 16, Milano
Science & Art Italy. La scienza incontra l’arte

Il 2011 è stato indicato dall’ONU come l’Anno Internazionale della Chimica Immagine Link Esterno. Con l’evento “Science & Art Italy”, organizzato per l’occasione, si vuole tentare di riunire grandi scienziati e grandi artisti per riflettere, confrontarsi, creare nuove idee sulle possibili sinergie tra scienza ed arte.

logo “science and art italy”Gli interventi, dal taglio divulgativo, sono organizzati sotto forma di conferenze multimediali, mostre, colloqui, concerti e rappresentazioni teatrali.

Per conoscere il programma e per ulteriori informazioni scaricare l’allegato.

Da http://www.unimib.it

* Direttore dei Musei
Claudio Salsi
* Ideazione e Realizzazione
Francesco Peri
* Galleria Arte Moderna
Maria Fratelli
* Civico Planetario “U. Hoepli”
Fabio Peri
* Museo di Scienze Naturali
Paolo Arduini
* Rapporti Istituzionali
Pietro Sergio Mauri
* Organizzazione e Coordinamento
Cleis SpA, Comunicazione – Promozione – Servizi per l’impresa
Jessica Joyce Croiset

Speciali Scienza: II – Ricerca sul dolore, se a soffrire è una donna non te ne accorgi

Buonasera,

Questo è il primo di una serie di ARTICOLI “SPECIALI” a tema scientifico, proposti sempre dalla vostra Miss Lenore AM (per l’occasione, Dottoressa Lenore AM) che toccheranno un vasto ambito di problematiche, dubbi, scoperte, dannose aspirazioni umane, voli pindarico-teorici e molto altro… Saranno tratti, a volte, da risorse del Web delle quali indicherò sempre onestamente le fonti (la ricerca dovrebbe essere meritocratica, a mio parere, come qualunque cosa – sempre e comunque).

PERCHE’ LA SCIENZA NON E’ NOIOSA, LA RICERCA SCIENTIFICA E IL FARSI DOMANDE CONTINUAMENTE SONO PARTI DELLA VOSTRA NATURA UMANA, NON CERCATE DI RIPUDIARLE!

Studiare sodo, oltre a rendere sicuramente più intelligenti e in grado di uscire dalla massa, fa scoprire un sacco di cose interessanti e curiose. Pensate: io non credevo alla psicanalisi (da me definita “Psicoballa” per il mio orientamento fortemente cognitivista …sigh), ma studiandola sui libri consigliatimi dal mio esimio professore, ho iniziato a trovare alcune delle recenti scoperte molto interessanti.

Non spenderò altre parole inutili… Leggete dunque il glorioso report di questi giovanissimi talenti scientifici miei prossimi colleghi!!! (almeno spero). L‘ultima parte è davvero interessante… non solo per le donne che mi leggono, ma anche per gli uomini. Riflettiamoci su tutti evitando inutili o peggio ipocrite polemiche pseudo-sessiste/femministe/ecc.

DA http://WWW.UNIMIB.IT (http://www.unimib.it/link/news.jsp?8562723394097218796)

Milano, 6 aprile 2011 – Se a provare dolore è una donna sarà più difficile, per chi la incontra, accorgersi che sta soffrendo. È il risultato di una ricerca condotta, presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, da Paolo Riva, assegnista di ricerca, Simona Sacchi e Lorenzo Montali, ricercatori in Psicologia sociale, e Alessandra Frigerio, dottoranda di ricerca. Lo studio, pubblicato sull’European Journal of Pain  (http://www.europeanjournalpain.com/article/S1090-3801(11)00056-5/fulltext), ha infatti dimostrato che gli osservatori sono meno abili nell’identificare la sofferenza se ad esprimerla è un volto femminile.

Il viso è una fonte di informazioni cruciale per comprendere le emozioni e le sensazioni provate da una persona, ma anche un indicatore fondamentale per comprendere se chi abbiamo di fronte sta provando dolore. Più delle parole gli osservatori sono infatti guidati dalle espressioni del volto per giudicare se un individuo prova dolore e con quale intensità.  Lo studio ha indagato se il genere di chi soffre influenza la rapidità e l’accuratezza con la quale gli osservatori si accorgono che la persona che hanno di fronte sta soffrendo.

I ricercatori hanno utilizzato delle rappresentazioni computerizzate del volto umano (guarda gli avatar http://www.unimib.it/upload/gestioneFiles/relazioniEsterne/avatardolore.pdf), generate con un software che consente  di manipolare le espressioni facciali insieme ad altre caratteristiche, tra le quali il genere. Sono stati così generati dei volti identici per ciascuna caratteristica, eccetto che per il loro genere e per le loro espressioni facciali. In questo modo, sono state controllate molte delle possibili variabili confondenti, come il grado di attrattività fisica del viso, la direzione dello sguardo, l’asimmetria facciale, l’etnia, l’età e la generale morfologia del viso.

Sono stati condotti tre esperimenti su 128 persone (34 nel primo esperimento, 56 nel secondo e 38 nel terzo, http://www.unimib.it/upload/gestioneFiles/relazioniEsterne/tabelle.zip). Nel primo, i partecipanti erano chiamati a giudicare il più velocemente e accuratamente possibile una serie di immagini statiche che raffiguravano volti maschili e femminili con diverse espressioni facciali (dolore, rabbia, disgusto e neutrale). Questo primo esperimento ha mostrato che i partecipanti commettevano un maggior numero di errori quando il volto che visualizzava un’espressione di dolore aveva delle sembianza femminili. Inoltre, i partecipanti hanno impiegato più tempo per identificare l’espressione di dolore espressa sui volti femminili rispetto a quelli maschili.

Nel secondo esperimento sono stati mostrati dei filmati. Ciascun filmato mostrava un volto — ancora una volta con sembianze maschili o femminili — che partendo da un’espressione neutra assumeva gradualmente un’espressione facciale specifica (dolore, rabbia, disgusto) con intensità sempre crescente. I risultati indicano che, quando i volti avevano  sembianze femminili, i partecipanti hanno avuto bisogno di un’espressione più intensa prima di stabilire che il volto esprimeva dolore. I risultati di questi primi due esperimenti suggeriscono dunque che le persone sono più lente e meno accurate nel giudicare il dolore su un volto con sembianze femminili rispetto ad uno maschile.

Infine, nel terzo esperimento sono stati utilizzati dei volti con sembianze androgine, ossia che erano stati in precedenza giudicati in egual misura appartenenti a uomini o a donne. Applicando a quei volti un’espressione di dolore, è stato appurato che i partecipanti allo studio ritenevano che quei volti fossero più di uomini che di donne.

Complessivamente, la ricerca mostra che un’espressione di dolore è meno facilmente riconosciuta quando appare su un volto femminile. I risultati potranno essere utili in campo clinico per mettere in atto programmi mirati alla formazione degli operatori sanitari, affinché siano consapevoli delle influenze esercitate dalle caratteristiche sociali dei pazienti sul loro giudizio clinico.

Ma il perché gli osservatori non riescono a leggere il dolore sul viso femminile, non è ancora del tutto chiaro. «Il nostro studio non ci ha permesso di capire il perché il dolore sia meno riconoscibile quando espresso da un volto femminile – spiega Paolo Riva, responsabile della ricerca -. Una possibilità è che la diversa esposizione degli osservatori al dolore espresso dalle donne e dagli uomini abbia innescato un processo di ridotta sensibilità nei confronti del dolore espresso dalla prime. E’ infatti noto come le donne siano soggette a un numero maggiore di sindromi dolorose, e pertanto, gli osservatori potrebbero essere stati esposti con maggiore frequenza al dolore espresso dai volti femminili. Una seconda possibilità riguarda gli stereotipi secondo cui le donne tenderebbero a drammatizzare le proprie emozioni e il proprio dolore. La presenza di questi stereotipi potrebbe incidere sulla tendenza a confondere il dolore espresso dai volti femminili con altre emozioni negative. Infine, una terza possibilità è che il dolore espresso da un volto maschile sia più saliente, perché da un punto di vista evolutivo il dolore potrebbe avere rappresentato anche una situazione di minaccia per gli osservatori. L’esperienza di dolore aumenta le tendenze aggressive in chi soffre; nel corso dell’evoluzione gli osservatori potrebbero avere imparato a temere di più (e quindi ad essere più accurati nel riconoscimento) un maschio che esprime dolore in quando individuo pronto ad aggredire».

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