Il Dieselpunk come Cultura – Dieselpunk as a Subculture

Il Dieselpunk come Cultura – Dieselpunk as a Subculture

In accordo con le assunzioni di base che hanno fatto nascere una pagina come Dieselpunk Italian Manifesto (https://www.facebook.com/DieselpunkItalianManifesto), pubblichiamo l’intelligente articolo di Dieselpunks Encyclopedia che guarda da vicino noi Dieselpunkers e le nostre possibilità di contatto ed espansione.

 

Published in: on 2 ottobre 2013 at 9:05 PM  Lascia un commento  
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Bambole archimiche schizoidi, Aldebaran chiama.

Pensavo allo stile.

Pensavo allo stile del mio pensiero: languido, contorto, macchinoso e sezionato e sezionatore; tanto diverso dalle brevi, volgari coltellate di cui sa essere capace Bukowski, tanto lontano dalla maestosa serenità di Shakespeare, più vicino alla fremente, disperata espressione di Huxley.

E a ben guardare, a leggere tra le righe, questo stile non sembra poi essere tanto efficace. Per quanto mi piaccia, per quanto io adori parlare solo per il piacere di ascoltare la mia voce e vedere la sorpresa delinearsi negli occhi del mio pubblico – o il silenzio ammutolito all’altro capo del telefono. Il mio stile cognitivo è solo mio, luce di cui ardo che è soltanto mia, non volgare imitazione.

Ma c’è sempre qualcosa – qualche dannato granello di sabbia nei denti, qualche dannato fil di ferro che mi pungola la tempia – che mi tiene incastrata in questo perenne ottovolante bipolare. Il ricatto più antico del mondo, più antico dell’anima stessa delle stelle di cui sono fatta anche io. E così va. Faccio spallucce contemplando l’universo, azzardando qualche debole commento cinico che non farà altro che portarmi nuovo dolore. Guarda che non sono una bambola, mi vien voglia di dire, come faceva una canzone, anche se lo sembro – così bianca e dura, così fragile ma perfetta – io non sono una finzione, io ho un cuore e un sistema cognitivo che funzionano con scosse elettriche i cui spikes sono centomila volte più sincopati di quelli del popolo!

Stronzaggine, civetteria e dolcezza: ecco gli ingredienti (non troppo) segreti dell’esplosiva miscela d’Elisir d’Amore brevettata dalle migliori segacuori in circolazione, seguaci del mitologico Stronzo Supremo. Bah. Una religione che faccio fatica a capire, figuriamoci assimilarne i precetti.  Io non sono una che segue la Via del Laboratorio, né mi sento un Archimico, troppo esagerati in tutto quello che fanno. Ma devo piegarmi a questa versione dei fatti, perché il mio Maestro incorporeo mi rimprovera sussurrandomi dentro: Egli sa, che in fondo in fondo anche io mi lascio tentare dall’applicare alla lettera tutte le nozioni ottenendo risultati variabili a seconda della mia preparazione spirituale, cognitiva, sperimentale. E’ un po’ come la differenza fra iniziazione e vocazione, fra imparare con esercizi a pappagallo e comprendere istantaneamente, istintivamente la terminologia e i concetti che si ripetono e si inseguono di loro volontà nella mente. Così, le idee prendono forma e corpo e colore. Vita propria. Vita mia. Vita di un Archimico schizoparanoide. Vedere il nemico nella propria ombra, sentire la propria diversità. Quando ti senti tutti gli occhi addosso, e quando no. Quando ti rendi conto che l’Elisir d’Amore non esiste, o almeno cerchi d’illuderti che non sia così. Questo schema di difesa nasce dalla stretta allo stomaco che avverto al solo pensarci, stretta che sale sempre più su, fino a fermarsi dietro il nervo ottico e lì mi pungola come un impianto. Mi pungola come doveva pungolare ad Einstein il fatto di poter parlare di relatività quantistica per ore, ed essere incapace il mattino dopo di trovare le proprie ciabatte sotto al letto. Mi pungola, essere un genio dalla stupefacente capacità ipnotica vocale, dalla maestria tuttologica, incapace di comunicare efficacemente in materia di sentimenti ragionevoli.

Awkward.

Che tentazione di sm****re tutto e tutti, con una piccola finestrella dimenticata aperta, che per me è grande quanto lo schermo divino di una nave pleiadiana. Oh sì, voglia di urlare al mondo i segreti che gelosamente ho custodito, che in segreto ho appreso come un Confratello in missione. Ma non lo farò, per pigrizia o voglia di chiudermi a riccio innalzando i miei aculei. Tanto, non sono capace di fare del male. Al massimo, di rispondere se attaccata.

Ma un uomo è parte del Tutto, e come tale deve accettare che il Tutto nella sua forma attuale può non essere lo stesso Tutto che costui s’immaginava; un piccolo Tutto qui-ed-ora, gretto e meschino, un piccolo Tutto fatto di ricatti e lusinghe a cui cedere, che si trasformano il giorno dopo nella gogna del dolore, del disprezzo per la propria debolezza e del prendere il muro a testate per cercare di svegliarsi. Così pensavo allo stile e a quanto può essere inutile dedicare agli altri il proprio dolce ed immenso stil novo, poi però ho sentito un rumore e mi sono spaventata, e tutto è finito.

Il rumore era quello delle lacrime del male ultimo, commosso dalla mia straordinaria capacità di chiudere gli occhi con cinismo di fronte agli elefanti che ho negli occhi, ai cigni che mi attraversano la strada, e sembrano dirmi: ehi, guarda che ti stanno prendendo per il c**o, reagisci! E io niente.

Sono fatta della stessa sostanza di cui sono fatte le stelle ambiziose che ruotano attorno al Sole Nero centro di tutte le galassie, al quale cerco di tornare in ogni passo vano che faccio su questo pianeta, in questa forma. In ogni errore, in ogni dolore cui cederò ancora. Non è il mio mondo, non è il mio tempo, credo. Aldebaran era in fiamme, quando sono nata quaggiù; Aldebaran chiama la propria figlia perduta, perduta fra le pagine di un libro che non finisce mai di leggere… o fra cespugli di rose che nascondono bene le proprie spine.

Audentes Fortuna Iuvat

Nel silenzio che mi avvolge, nella penombra in cui mi crogiolo come il corpo del povero Simone ne “Il signore delle mosche” tra le acque al chiaror di luna, mi rendo conto che manca poco al coronarsi di un grande sogno.

Il mio futuro primo ministro

Il mio futuro primo ministro

Il sapere che tutto questo è stato costruito con le mie mani mi riempie d’orgoglio, mi fa sentire la divinità che ho dentro e il genio ribelle che bussa timido perché sa che, se lo facessi uscire, ribalterei il mondo fondando un nuovo Impero d’Occidente governato da Tecno-preti o sovvertendo l’idea di coscienziosità con quella di competenza. Per il momento, mi limito a incendiare con lo sguardo gli sventurati insetti che mi entrano in casa. (Inciso: come mai proprio qui, a Milano, in piena città e in pieno traffico, debbono esserci simili creature che paiono progenie infernale? Sembra di stare nella giungla del Borneo, mannaggia  a loro.)

Dicevo, proprio oggi ho aggiunto un altro traguardo al mio progetto di vita, achievement unlocked | New nerd-bonus score acquired! Sì, la sensazione è proprio quella di stare sbloccando un lato del gioco che sino ad ora mi mancava di vedere, il lato del controllo, lo schema senza mirino guidato; lo schema dove controllo io.

E il controllo, miei cari, deriva dalla competenza. E dalle azioni. Anzi, lo riformulo meglio: la competenza, che trova il suo substrato costitutivo nell’attitudine, viene catalizzata dalle azioni intraprese e dal contesto per trasformarsi poi in competenza; da qui, il controllo. Non bisogna dimenticare, però, che è tutta una questione di soggettività. Del sentire unico e irripetibile, interno. Come si sente il pipistrello, a essere un pipistrello? Bene, io credo, quando sa che può controllare il proprio ambiente grazie ai suoi ultrasuoni. E chissà cosa significa per lui sentire di saper usare in maniera competente i suoi ultrasuoni; chissà se sente qualcosa di simile all’orgoglio, dopo aver sperimentato il controllo soggettivo, la conoscenza della causa-effetto, e aver capito che la causa-effetto è un semplice paradigma perché è tutto un sistema, è tutto un’ecologia, la causa e l’effetto si rincorrono senza fine e si tangono l’un l’altro nel nostro Eden fatto di cemento e led luminosi. Causalità circolare, this is the way. Anzi, non c’è one best way. E quando capiremo come si sente il pipistrello, capiremo noi stessi.

Non esistono strategie universali, niente training autogeno, niente best way. Esiste una persona, azioni, processi e coscienza. Il tutto, indivisibile. Quella persona sono io, nel mio piccolo angolo dove fa freddo ma il cuore è caldo. E sono inscindibile da esso, dal mio contesto. Benché non sia una persona superstiziosa – sono uno scienziato a tempo parziale e un filosofo a tempo perso che ama trascendere il qui e ora, non un credente – oggi ho capito che, fondamentalmente, al contesto e alle esperienze bisogna aggiungere una cosa. L’audacia. Perché quella catalizza la “fortuna”, o se preferite, la casualità – che è meno perfettamente bilanciata di quanto la mente umana pensi. Sapete? Abbiamo un’innata tendenza a sovrastimare le caratteristiche di alternanza nella casualità, trovandola nella sequenza la cui quantità di regolarità eccede la definizione stessa di caso; che alla fin fine è un modo arzigogolato di definire il credere nel Karma. Che ci crediate o no, la mia fortuna è l’entropia! E ho notato che correla positivamente con l’audacia. Attenzione, è relazione correlata, non causale. Confondere la correlazione con la causalità può essere fatale alla nostra già scarsa capacità di insight media, figuriamoci confondere causalità e casualità!

Entropia, casualità e sfiga.

Avevo promesso di ridefinire il mio progetto di vita, ma ecco – basta che io mi riposi un attimo, che mi distenda i nervi e le rotelle, che mi abbandoni all’entropia per qualche ora – e bam, la sera arriva senza che io me ne accorga.  E mi fa sentire di nuovo trascinata, di nuovo senza il controllo soggettivo, che se manca a un fanatico analitico (è una definizione ancora non ufficiale, ok?) come me, rischia di farlo uscire di testa!

Non ho una direzione, al momento, se non quella del mio cogitare continuo. Sapete, studiare le basi biologiche e il funzionamento della coscienza umana ti rende un po’ così. Un po’… incapace di guardarti allo specchio senza pensare “Rieccomi, mi vedo. Ma che bel visetto bianco. Chissà cosa si nasconde dietro quella fronte liscia, io ti troverò!”

Massì, come diceva il Winckelmann, la nobile semplicità e la quieta grandezza delle statue neoclassiche; sarò così d’ora in avanti, tacerò pensando a quanto fa paura il silenzio a chi non vi è abituato. E penserò –  non so bene a cosa, ma penserò. Audentes Fortuna Iuvat, dicevano, e da oggi in avanti sarà la seconda costante del mio progetto di vita. La prima, è una frase che scrissi a 12 anni e ancora mi porto dietro come lezione di vita.

Buonanotte, miei cari, passate una buona serata, e che sia produttiva o rilassante, ma piena di controllo e di cose che vi fanno felici.

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Salvador Dali on a chopper motorbike in your living room.

Qualsiasi cosa, qualunque cosa nell’universo non sarà mai così perfetta.

Ogni obiezione è respinta.

Il cinismo è il profumo della vita, la procrastinazione il suo diffusore – parte 1

Cosa fa una elegante signorina che si sveglia dai propri incubi alle 3.00 del mattino, stressata dall’infame astrale congiunzione tra sbarco del lunario università bollette e rappresentanza del Dieselpunk Italico, con le occhiaie simili a caverne marziane e una profonda sensazione di colpa per avere tanto trascurato cotale digitalregistro?

Beh, scrive. Dando parole alla tempesta dentro, scrive del tempo e delle cose che si frappongono fra me e gli approdi che desidero toccare per questa ship-of-fools che chiamano vita.

boschfools

Tendo a lamentarmi un po’ troppo della procrastinazione, e tendo quindi a procrastinare su queste lamentazioni. Mi sento un po’ come Proust quando – dopo lungo tempo che si coricava di buon’ora, e ben 3.000 pagine – decise che avrebbe scritto un romanzo sugli uomini e sul tempo, trollando così il proprio pubblico in modo raffinato: in pratica, la sua Grande Opera era proprio quel romanzo, non altre 3.000 pagine che sarebbero potute venire in futuro.

Adoro l'espressione di quest'uomo e la sua capacità di portare a termine "il libro più lungo del mondo".

Adoro l’espressione di quest’uomo e la sua capacità di portare a termine “il libro più lungo del mondo”.

Che sia il tempo del mondo, il ticchettio di un orologio o lo scorrere della vita interiore, Padre Tempo mi ossessiona da più di dieci anni ricordandomi costantemente che è l’Arte il mezzo per contrastare la sua falce – Arte in ogni singolo secondo della mia vita, Arte in quello che scrivo a livello accademico, Arte per sfidare l’intorpidimento del corpo e il sonno della mente. La freccia in moto apparente è in realtà ferma: non riusciamo a realizzarlo mentre corriamo per arrivare in tempo al lavoro o ci scapicolliamo per finire in fretta i compiti. La conoscenza convenzionale attribuita al nostro passato e al nostro futuro è quanto mai lontana da ciò che l’Arte fissa come un punto fermo nel tempo, il ritrovare i ricordi ma non solo, il creare attorno ad essi il proprio universo;

Che poi, il sonno della mente non è proprio la stessa cosa del sonno biologico. Nessuno meglio di me nota – appunto – il sonno in cui giacciono prive di consapevolezza tutte le coscienze che mi girano tra le balle, proprio a me che vivrei tranquillamente se potessi essere pagata per studiare e produrre Arte. Io non dormo, eppure anche la mia mente piano piano corre il rischio d’assopirsi; è per questo che amo svegliarla di tanto in tanto, giusto per ricordarmi chi sono e che cosa sto cercando. Non tutti gli uomini tendono al sapere, sfortunatamente…

Per vivere soli si deve essere una bestia o un dio, dice Aristotele. Manca il terzo caso: si deve essere l’una e l’altra cosa – filosofo.” – F.Nietzsche

Ma ora sono stanca, e l’editor di immagini non funziona (temo che questa sia la terza bozza che ricomincio da capo, e direi di smetterla se no rischio di far scendere tutti i santi dal Duomo…). Direi quindi che è venuta l’ora per un poco di riposo, un momento per chiudere gli occhi, ora che non ho tempo. Giusto il tempo per scivolare in un altro sogno; domani sono solo altre 24 ore che passeranno nella relatività di questo angolo di universo, domani forse avrò nuovamente il coraggio di sciogliere altri pensieri nel calderone acido della mia Grande Opera. Che ahimé, ultimamente ha quasi sempre il fuoco abbassato e poco ribolle. Ma non l’ho ancora visto spegnersi.

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Moebius, “Home”