Bambole archimiche schizoidi, Aldebaran chiama.

Pensavo allo stile.

Pensavo allo stile del mio pensiero: languido, contorto, macchinoso e sezionato e sezionatore; tanto diverso dalle brevi, volgari coltellate di cui sa essere capace Bukowski, tanto lontano dalla maestosa serenità di Shakespeare, più vicino alla fremente, disperata espressione di Huxley.

E a ben guardare, a leggere tra le righe, questo stile non sembra poi essere tanto efficace. Per quanto mi piaccia, per quanto io adori parlare solo per il piacere di ascoltare la mia voce e vedere la sorpresa delinearsi negli occhi del mio pubblico – o il silenzio ammutolito all’altro capo del telefono. Il mio stile cognitivo è solo mio, luce di cui ardo che è soltanto mia, non volgare imitazione.

Ma c’è sempre qualcosa – qualche dannato granello di sabbia nei denti, qualche dannato fil di ferro che mi pungola la tempia – che mi tiene incastrata in questo perenne ottovolante bipolare. Il ricatto più antico del mondo, più antico dell’anima stessa delle stelle di cui sono fatta anche io. E così va. Faccio spallucce contemplando l’universo, azzardando qualche debole commento cinico che non farà altro che portarmi nuovo dolore. Guarda che non sono una bambola, mi vien voglia di dire, come faceva una canzone, anche se lo sembro – così bianca e dura, così fragile ma perfetta – io non sono una finzione, io ho un cuore e un sistema cognitivo che funzionano con scosse elettriche i cui spikes sono centomila volte più sincopati di quelli del popolo!

Stronzaggine, civetteria e dolcezza: ecco gli ingredienti (non troppo) segreti dell’esplosiva miscela d’Elisir d’Amore brevettata dalle migliori segacuori in circolazione, seguaci del mitologico Stronzo Supremo. Bah. Una religione che faccio fatica a capire, figuriamoci assimilarne i precetti.  Io non sono una che segue la Via del Laboratorio, né mi sento un Archimico, troppo esagerati in tutto quello che fanno. Ma devo piegarmi a questa versione dei fatti, perché il mio Maestro incorporeo mi rimprovera sussurrandomi dentro: Egli sa, che in fondo in fondo anche io mi lascio tentare dall’applicare alla lettera tutte le nozioni ottenendo risultati variabili a seconda della mia preparazione spirituale, cognitiva, sperimentale. E’ un po’ come la differenza fra iniziazione e vocazione, fra imparare con esercizi a pappagallo e comprendere istantaneamente, istintivamente la terminologia e i concetti che si ripetono e si inseguono di loro volontà nella mente. Così, le idee prendono forma e corpo e colore. Vita propria. Vita mia. Vita di un Archimico schizoparanoide. Vedere il nemico nella propria ombra, sentire la propria diversità. Quando ti senti tutti gli occhi addosso, e quando no. Quando ti rendi conto che l’Elisir d’Amore non esiste, o almeno cerchi d’illuderti che non sia così. Questo schema di difesa nasce dalla stretta allo stomaco che avverto al solo pensarci, stretta che sale sempre più su, fino a fermarsi dietro il nervo ottico e lì mi pungola come un impianto. Mi pungola come doveva pungolare ad Einstein il fatto di poter parlare di relatività quantistica per ore, ed essere incapace il mattino dopo di trovare le proprie ciabatte sotto al letto. Mi pungola, essere un genio dalla stupefacente capacità ipnotica vocale, dalla maestria tuttologica, incapace di comunicare efficacemente in materia di sentimenti ragionevoli.

Awkward.

Che tentazione di sm****re tutto e tutti, con una piccola finestrella dimenticata aperta, che per me è grande quanto lo schermo divino di una nave pleiadiana. Oh sì, voglia di urlare al mondo i segreti che gelosamente ho custodito, che in segreto ho appreso come un Confratello in missione. Ma non lo farò, per pigrizia o voglia di chiudermi a riccio innalzando i miei aculei. Tanto, non sono capace di fare del male. Al massimo, di rispondere se attaccata.

Ma un uomo è parte del Tutto, e come tale deve accettare che il Tutto nella sua forma attuale può non essere lo stesso Tutto che costui s’immaginava; un piccolo Tutto qui-ed-ora, gretto e meschino, un piccolo Tutto fatto di ricatti e lusinghe a cui cedere, che si trasformano il giorno dopo nella gogna del dolore, del disprezzo per la propria debolezza e del prendere il muro a testate per cercare di svegliarsi. Così pensavo allo stile e a quanto può essere inutile dedicare agli altri il proprio dolce ed immenso stil novo, poi però ho sentito un rumore e mi sono spaventata, e tutto è finito.

Il rumore era quello delle lacrime del male ultimo, commosso dalla mia straordinaria capacità di chiudere gli occhi con cinismo di fronte agli elefanti che ho negli occhi, ai cigni che mi attraversano la strada, e sembrano dirmi: ehi, guarda che ti stanno prendendo per il c**o, reagisci! E io niente.

Sono fatta della stessa sostanza di cui sono fatte le stelle ambiziose che ruotano attorno al Sole Nero centro di tutte le galassie, al quale cerco di tornare in ogni passo vano che faccio su questo pianeta, in questa forma. In ogni errore, in ogni dolore cui cederò ancora. Non è il mio mondo, non è il mio tempo, credo. Aldebaran era in fiamme, quando sono nata quaggiù; Aldebaran chiama la propria figlia perduta, perduta fra le pagine di un libro che non finisce mai di leggere… o fra cespugli di rose che nascondono bene le proprie spine.

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Dejà-vu: un check-point dell’entropia universale

La memoria è una delle funzioni psichiche più importanti di cui siamo dotati.

Ci pensavo ieri, mentre camminavo per le strade della mia città sotto una forte pioggia malinconica, avvolta stretta nel doppiopetto nero e i pantaloni a taglio dritto, neri anch’essi. Ricordo le vie che ho attraversato, il rumore delle gocce che s’infrangevano al di sopra del mio corpo, l’odore del cemento bagnato. Gli sms che ho inviato.

Ci sono molte forme di memoria. Da quella sensoriale a quella procedurale, ma ieri ho pensato molto a quella episodica. Quella più tradizionale, insomma, il ricordo degli eventi.

Partiamo dalle basi… Le operazioni basiche: codificaimmagazzinamentorecupero delle informazioni in seguito a una sollecitazione.

… Per arrivare alle basi fisiologiche: ippocampo, corpi mammillari, talamo medio-dorsale, strutture cerebrali antiche almeno quanto le radici della nostra razza, ancora nebulose all’occhio della scienza, come anche il processo di comunicazione attraverso i neurotrasmettitori necessari a farla funzionare. Come molte altre funzioni, anche la memoria episodica è una funzione emergente del cervello umano: una funzione superiore e complessa che deriva dall’interazione di molti substrati più o meno semplici.Gran parte di ciò che sappiamo sulla memoria lo dobbiamo a studi su pazienti che hanno un qualche genere di disturbo, come di molte altre funzioni psichiche attualmente esaminate.

 La memoria è anche fautrice di esperienze affascinanti e misteriose, come il rimuovere del tutto un evento, o sapere di averlo già vissuto. La sensazione straniante che si prova quando, in un determinato momento, si avverte quello “sbalzo” nella coscienza, che fa pensare, che fa dire: “Ma io ho già visto tutto questo.”

Il dejà-vu.

Il termine è stato coniato dal ricercatore francese Emile Boirac alla fine dell’Ottocento, per dare un nome al misterioso fenomeno studiato già da alcuni anni a quella parte, spesso visto come la manifestazione di funzioni più superiori ed oscure del cervello umano.

Sembra che esso possa insorgere soltanto a partire dal raggiungimento di un certo grado di sviluppo del cervello, e che sia un fenomeno “normale” nel senso statistico del termine (la maggior parte delle persone lo sperimenta almeno una volta nella vita). Personalmente non mi trovo d’accordo con l’opinione quasi unanime che i bambini ne siano immuni, un po’ per esperienza personale, un po’ perché ritengo comunque che una funzione arcaica come la memoria necessiti solo parzialmente di un grado di sviluppo alto.

L’angosciante sensazione di spaesamento che per un brevissimo istante fa avvertire un momento, un’immagine, una percezione come già esperita ha già ricevuto l’attenzione di molti studiosi ed attualmente esistono più di 30 spiegazioni differenti al riguardo. Da quelle neurologiche, che si concentrano principalmente sulle possibilità di un danno alle funzioni cerebrali (come ad esempio in coloro che soffrono della condizione di “dejà vu cronico”) a quelle attenzionali (che riguardano la possibilità di “desincronizzazione” fra stimolo e processo di analisi, che causerebbero un ritardo nella percezione cosciente), a quelle amnesiche (ma qui si sfocia nell’ancora più misterioso e meno indagato campo dei sogni e del ricordo non cosciente…)

 Ma io, da brava sognatrice e futura ricercatrice nel campo della coscienza umana, ho la mia personale “Teoria Fringe”. Assumendo come spiegazione-base una delle tante teorie attenzionali – che sinora mi sono sembrate le più coerenti – proverò quindi a indagare le possibilità causali di un fenomeno oscuro come il rivivere un momento sul momento stesso. Perché è di questo che si tratta: il dejà-vu non è una semplice consapevolezza “a posteriori”, è il vivere questa consapevolezza sulla propria pelle, al momento preciso in cui esso accade.

[AVVERTENZA. Non credo alla psicanalisi né a tutte quelle affermazioni metodologiche ma non scientifiche riguardanti un non ben definito “inconscio” in costante lotta con un “Io” o come si voglia chiamarlo.]

Dunque, partendo dal presupposto che per esperire un dejà-vu occorre che vi sia un lieve span – un ritardo, una desincronizzazione – fra stimolo processato e stimolo percepito, il significato (o meglio la sensazione della percezione, la sua ombra, il suo fantasma) deve in qualche modo permanere attraverso un substrato mnestico che non emerge alla coscienza, causando così la sensazione di familiarità al momento del conseguente riprocessamento dell’informazione.

Questo significa dunque che c’è stata un’interruzione nella continuità dell’attenzione, costante nel cervello umano da svegli (e in quello della maggior parte dei mammiferi), che ha costretto il cervello a una doppia processazione: la prima volta da zero, a stimolo presentato – la seconda a stimolo nascosto nei meandri della mente non cosciente. Potrebbe quindi trattarsi di un semplice scompenso, un’aberrazione nella diffusione degli impulsi neuronali, un’errata attivazione delle mappe neuronali ippocampali (nel caso di dejà-vu di luoghi) oppure dei neuroni-specchio (nel caso dei dejà-vu riguardanti persone o azioni svolte).

Il mio problema è conoscere la causa di questo scompenso.

Ogni disturbo nell’equilibrio a cui tendono tutti i sistemi aperti (compreso il cervello umano) causa – sempre – un aumento di entropia, ossia di tendenza al disordine con conseguente tentativo di recuperare l’equilibrio cui si tendeva originariamente. E poiché supponiamo che l’universo sia un sistema chiuso, l’energia presente all’interno di esso non può crearsi né distruggersi, ma può solamente scambiarsi con se stessa e assumere varie forme… Naturalmente nel passaggio qualche cosa va perduta; ogni volta che una quantità di energia viene convertita da una forma a un’altra si ha la degradazione di una parte di essa, che va così ad aumentare nuovamente l’entropia, essendo impossibile da riconvertire.

 Nulla mi impedisce quindi di pensare che, se l’energia che attraversa la mia psiche/il mio corpo non è stata “creata”, ma è solo la trasformazione di qualcos’altro, ogni volta che la si scompensa si aumenta anche l’entropia del sistema, causando un degrado di altre energie. Se l’energia che mi anima non è stata creata, deve allora avere un equivalente da qualche parte nell’universo, per il quale si trova in uno stato di equilibrio. Non parlo esattamente di “mondi paralleli” – non credo alla teoria di un universo-specchio dove da una parte sono buona e nell’altra sono cattiva – bensì di qualcosa di più sottile; se da una parte io esisto in una certa forma, affinché l’universo non collassi la mia energia deve pur essere controbilanciata da un’altra parte, in una forma diversa, in uno spazio diverso…

E quando accade qualche cosa a questo equilibrio, qualcosa di terribile, qualcosa di estremamente entropico (come la morte, per esempio!) ecco che si verifica il tutto. La tendenza all’equilibrio entra dunque in gioco; non potendo in altra maniera riparare all’aumento dell’entropia, l’energia regredisce a uno stato precedentemente assunto (“torna indietro nel tempo” mi sembra una frase da film di fantascienza) in modo da poter dare alla coscienza possibilità di riparare a questa aberrazione. Con un degrado inevitabile di una parte di essa.

… Come codifica la mente umana tutto questo? Con uno “sbalzo” nella coscienza, un’improvvisa sensazione di smarrimento, alla quale fa seguito la traccia arcana mnestica di un qualcosa di già vissuto. E da lì si riparte, sperando che l’equilibrio si ripari… pena il collasso dell’universo o di una sua parte.

Il dejà-vu, per me, rappresenta quindi sì un meccanismo neurologico/processuale del cervello umano – lo sfasamento nell’attenzione di cui parlavo prima – originato però da un problema nell’equilibrio energetico, e al contempo sua stessa soluzione e unica possibilità di riparazione da conseguenze estreme. Ed entropiche.

E’ più facile da capire se pensiamo ai video-games: ogni volta che ho un dejà-vu, penso di stare ripartendo dal mio ultimo check-point dove ho salvato il gioco… della vita.

Il cerchio della vita

Attraverso tante difficoltà, il cerchio della vita gira…

Attraverso gli insulti e la fame, attraverso i periodi in cui ti rallegri per due penny in tasca; attraverso gli occhi aperti per la prima volta da un cucciolo.

Ho una sensazione strana. Mi sento parte di un disegno più grande, ma l’unicità del mio essere non viene minimamente a essere intaccata da questo. Sono molto triste, eppure carica di energia di vita… vado al massimo, ma sono così stanca.

Sono un ossimoro ambulante, e c’è anche chi mi vede come un pezzo da mobilio, un elettrodomestico, un cavo scoperto. Un pezzo da mobilio con le scarpette di vernice e i capelli a onde rossastre, che non crescono mai. Come quelli dei morti.

Questa canzone è, e resterà per sempre, tra le mie preferite in assoluto. Non tanto per il film (i film Disney in generale non li ho mai sopportati più di tanto)… Ma adoro la voce di Ivana Spagna, adoro la faccia che fa il piccolo Simba quando starnutisce per la prima volta.

A guardarmi, mi si direbbe completamente pazza! Piango e rido follemente insieme, dopo le brutture e le gioie, dopo i cuori spezzati e quelli che sono nell’alto dei cieli, alla fine qui ci resto solo io. In mezzo al resto dell’universo. Come un animale in via d’estinzione che cerca i suoi simili, come un respiro esalato nel freddo che non se ne vuole andare dal cerchio della vita.

 

 

IL DIAVOLO MI PARLA

Questa non è proprio recente, ma merita di essere qui, credo.

Edvard Munch, "Il giorno dopo", 1894-5


Il diavolo mi parla

Nelle notti passate a disegnare

Il diavolo mi parla

Nei giorni passati a meditare

Su nuove vendette

E tentazioni ripudiate.

Risponderò solo a me stessa

O questo è ciò che il mondo vede

Quando scruto fra i graffi

Nell’onice rossastra

Un diamante perfora pensieri pindarici

Tingendo un’anima di surreale

Ed i suoi artigli

…non fa male

Ormai non più.

Ridete pure.

Il diavolo mi parla

Con la sua voce setosa

Dice che non ha le corna

Ed è solo un fanciullo.

Addolora vedere un tradimento

Che sta solo negli occhi vuoti

Di chi guarda

Tu ancora non lo sai

Ma il diavolo mi parla

Mi racconta tante cose

A volte fa del male

Ma è solo la verità.

Il diavolo non ha la lingua biforcuta

E’ capace d’ingannare

ma lo sento sempre dire

Non ho mai creduto alle parole

Ma Dio non poteva creare

Un essere più sleale

…il diavolo sei tu???

No.

Il diavolo non mi ha mai ingannata.

Egli si limita a lavare via l’offesa

E quelle dannate frasi

Che mi fischiano nelle orecchie

Pronunciate come un mantra

Dovrò farmi denti d’acciaio

Temprarmi forse con acque infuocate

Come dice lui

Finalmente, perdono di significato

E tu non sei più tanto potente…Ah! Illusione!

Il diavolo non puzza di zolfo

Ma quando ti è vicino

Non puoi non accorgerti

Il calore di mille crisalidi nascenti

E il veleno di mille cobra

Tocca dolcemente come ala di farfalla.

E nel centro, del centro

Di un corpo di sabbia e morte ricoperto

Troppa morte innocente scorre

Per il desiderio di uno bastardo, non trino

Vuoi farti conoscere

Vuoi farti guardare

…ma il diavolo parla a me.

Dice che devo completare una missione

Ed essere da sola

Ma io ne vedo mille di campagne

Mi guardo indietro, abbattuta

Ma ormai nella sabbia c’è una sola impronta

Non temere, non è sparito

mi sta solo portando in braccio…

Ho visto mondi sovrannaturali

Dove rombi di vetro colorato governavano

Strane figure dalle movenze plastiche

Ma il diavolo è più sorprendente

Dice di non ricordarsi quando è nato

Né come possa avere occhi d’agata bruciata

Specchiandosi in rigagnoli neri

Sorpreso come un bambino.

Il diavolo mi parla

Ogni volta che dico: “Ti Odio”

Non è d’accordo con me, bieca e ottusa

Mi dà dei consigli

Duri come le stelle

Ma io ancora non so seguirlo.

Lo seguirò sul fondo del lago, forse

Perché il diavolo non disgusta

Non mi invita a fare giochi sporchi

Né mi chiede di danzare nuda per lui

Vuole solo un sorriso

Che nasca dalla gioia

O dal sollievo della rivalsa

Poco gli importa

Il diavolo mi carezza tra le orecchie

Come fossi un gatto

Lui mi asciuga ogni lacrima

Lecca il mio viso marmoreo

Pura statua, mera ossidiana

Quello che ora ho dentro.

Ma per lui sono sempre bella.

Il diavolo mi parla

Perché sono un gatto.