C’è un posto speciale, all’Inferno

E’ da tanto tempo che non mi si sente, su queste pagine e in molti altri reami di creazione e comunicazione; forse, perché il mio spirito sta tacendo.

E’ passato, in pratica, più di un anno in termini terrestri. Perdonatemi.

Mi rendo conto che, rileggendo i miei vecchi scritti, un tempo era come se vedessi tutto “o nero o bianco”. Ero incapace della famosa “via di mezzo”, incapace – checché mi ritenessi superiore, o la mia intelligenza pressoché infallibile – di vedere le cose, spesso, per come essere andavano viste. O vissute. Ma non rinuncerei mai, a quello che sono stata; perché altrimenti la persona che sono oggi non esisterebbe, visto che la nostra unicità è data per un 50% dalla genetica e un 50% dall’ambiente. Le esperienze che abbiamo e ciò che ci troviamo ad affrontare nel plasmare la forma e l’anima del nostro carattere un po’ capitano e un po’ ce le scegliamo.

Il mio spirito tace, dicevo, ed è da un po’ di tempo che attraverso una profonda crisi positiva, che mi spingerà a ridisegnare molti ambiti ed aspetti di ciò che è stata la mia vita e le mie aspirazioni. Dopo la laurea breve, mi sono riposata, partendo estremamente in ritardo con il successivo percorso formativo che mi aspetta. Un po’ come il Dio della Bibbia dopo aver creato ininterrottamente, ho sentito il bisogno di lasciare andare un po’ di tensione e cercare quella pace che mai riesco a trovare, riuscendo alla fine solo a mancare a molti degli obiettivi che mi ero prefissata e rendendomi passiva di fronte allo scorrere del tempo e il nascere di nuove tecnologie.

E adesso mi trovo a fare i conti con un altro dei nuovi demoni del mondo di oggi, un demone che mi è silenziosamente rimasto a fianco per molto tempo senza che lo vedessi o ne avvertissi la presenza; un demone che ha prosciugato alcune importanti energie.

La comunicazione è uno scambio di informazioni. Come tale, può essere intesa come scambio di energie; sono queste, le energie che si stanno piano piano consumando. Il motivo, essenzialmente, è l’impossibilità di comunicare. In questo tempo dove ho volontariamente rifuggito l’impegno accademico ho avuto modo di concentrarmi su quelli che prima erano semplici “difetti”, piccoli lati della mia personalità che non consideravo più di tanto utili. Ma ora mi rendo conto di quanto sia indispensabile, saper comunicare in modo efficace ciò che voglio e riconoscere le mie emozioni; prima non m’importava, m’importava solo vedere gli occhi sgranati della gente ogniqualvolta aprissi bocca. Non importava che fossi un leader nato, un affascinatore delle folle, incapace però di farsi sentire quando messo di fronte a valori quali l’onore o il sacrificio di sè stessi. Perché così era, così è ancora. E non va bene, ho scoperto.

Far innamorare le folle è un dono perfettamente inutile se poi non si riesce a ricevere in cambio l’energia che ci serve. Il feedback umano. Il sentirsi all’altezza di sé stessi. Non ho mai avuto dubbi su chi sono o cosa sappia fare. Il problema, vedo, è l’impossibilità a comunicare che ho proprio con i miei altri significativi. Eticamente corretta, moralmente inossidabile e impegnata su tutti i fronti per essere ciò che si definisce “una persona per bene”, non riesco a far passare il mio messaggio oltre il muro di pretese che avvolge il mio rapporto con essi e la triste, fitta coltre di insofferenza. Sarà forse colpa mia? Può darsi. Non vedo il dove né il come, ma può darsi.

E inizia a farmi del male, il non riuscire a interagire senza dover spronfondare nel mutismo o nell’alzata di occhi al cielo. Tiriamo pure in ballo i chakra e lo squilibrio delle forze cosmiche, se ci va, ma se non impariamo a lavorare su noi stessi saremo per sempre prigionieri di questa gabbia invisibile, da noi stessi istituita, che ci rinchiude da dentro, invece che intrappolarci al di fuori. Siamo quanto mai soli, all’Inferno c’è un posto speciale, ed è proprio come i miei altri significativi. Reali ed immaginari, articolati inutilmente nella mia comunità fantasma interiore; inutili, inutili quanto le immagini antiche che ho di loro e credo ancora essere quelle corrette.

Mi sembra di svegliarmi da un lungo sogno grazie a qualcuno che, finalmente, getta sabbia bruciante nei miei occhi.

Cercherò di trovarmi, di trovare il mio posto.

E di uscire dall’Inferno, lasciandovi solamente i fantasmi che sussurrano nell’ombra e gridano improperi.

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Un augurio a tutte le crisalidi

Non sono pronta a vedere un altro anno morire così. Non in questo modo, almeno; non a questa velocità, non finire ancora, vorrei gridargli. Ma a chi? Un anno non è che un concetto. E’ come il dialogo interiore. Sia che gridi, sia che bisbigli, ha sempre lo stesso volume. Provateci. Ditemi se riuscite a far cambiare il volume, alla voce nella vostra testa.

E anche i mesi, e i giorni, e gli anni. Puoi gridare, puoi farti vedere, ma loro sono così, insensibili, inafferrabili, privi di sostanza; essi sono essenza, sono fatti della stessa materia di cui sono fatte le nostre parole e i nostri pensieri. Quindi, il Niente. Sinapsi e concetti. La differenza fra la materia e l’idea. La materia oscura che popola le mie riflessioni. E quindi, non mi ascolteranno.

Sembra che qualcuno abbia premuto il pulsante fast forward, per quello che riguarda la vita su questo pianeta.

Quest’anno, il Natale nell’aria non lo si sentiva affatto. Sarà la ineffabilità emozionale che mi caratterizza ultimamente, sarà la mia incapacità di sollevare il velo di Maya che mi affligge di questi tempi. O forse no, è il contrario! Forse è proprio l’eccessiva abilità nel mettere in pratica tale artificio che mi ha impedito di rimanere affascinata dalle luci e dai suonatori di strada. Dovevo mantenere la mia maschera vittoriana, il mio freddo viso da statua neoclassica, senza sorpresa ormai nel compiere abitualmente il gesto di spogliare il mondo del suo guscio colorato, e non vedere più quello che vi è sotto.

E venne la fine dell’anno, e io non seppi dov’ero. Ultimamente, sono sempre più… come l’ovatta intorno a un oggetto delicato. Ma se scavi bene, alla fine scopri che di regali delicati non ce ne sono più, dopo la bambagia. Come il mondo spoglio dal suo guscio, io sono crisalide che simboleggia l’inverno delle epoche a venire; sono crisalide che dorme mentre il tempo scorre, sono crisalide come l’anno vecchio che si accartoccia e muore, mentre quello nuovo ne prende brutalmente il posto. Sì, brutalmente.

Scorre così brutale il flusso dell’esistenza. Tranquillo, silenzioso, logorante. E così, ti ritrovi a pensare a tutte quelle fantastiche opere, a tutte quelle cose che avresti dovuto fare e non hai fatto, a tutto ciò che avresti voluto fare. Non trovo la sottile linea che le separa. Sono tutt’uno, sono ormai parte di qualcosa che se ne sta andando, non so se potranno entrare a far parte del nuovo ciclo che inizia. Alla fine, avevo ragione. Ci ostiniamo a vedere il tempo come un kairòs, una freccia lanciata nello spazio che segue soltanto le regole da noi inventate, quasi come per alleviare il dolore e l’ansia che ci accompagnano verso un futuro mal progettato, facendoci dimenticare cosa sia la vera paura di quello che non possiamo vedere. Ma basta girare lo sguardo un poco più in là, vedere che questo anno non finisce per tutti allo stesso modo e allo stesso tempo, per comprendere appieno la sottigliezza dell’aion che s’accinge, silenzioso, a girare in un nuovo ciclo. Come una mostruosa ruota dentata invisibile.

E quindi, come tante altre crisalidi, mi accingo anche io a vedere passare questa notte, a dire addio a tutti i suoi timori e le sue angosce, con il proposito – con tanti propositi – di vedere qualcosa che cambia. Che, puntualmente, saremo capaci di rispettare?, ci chiederemo. Saremo capaci di innestare nuove visioni sopra un albero maestro che ci conduce a una strada che ancora non abbiamo tracciato? Saremo capaci di salutare finalmente questa enorme, innominabile ansia che ci accompagna come un fido navigatore verso strade che cambiano all’ultimo secondo? Perché è questo che ci sgretola silenziosamente…

Allora… Buon anno a tutte le crisalidi che stanno piano piano provando a uscire dal gelo mentale, e che le vostre paure vengano soffiate via dal vento di un nuovo giro, per vedere finalmente i primi frutti di tanto impegno e tanta speranza.

Audentes Fortuna Iuvat

Nel silenzio che mi avvolge, nella penombra in cui mi crogiolo come il corpo del povero Simone ne “Il signore delle mosche” tra le acque al chiaror di luna, mi rendo conto che manca poco al coronarsi di un grande sogno.

Il mio futuro primo ministro

Il mio futuro primo ministro

Il sapere che tutto questo è stato costruito con le mie mani mi riempie d’orgoglio, mi fa sentire la divinità che ho dentro e il genio ribelle che bussa timido perché sa che, se lo facessi uscire, ribalterei il mondo fondando un nuovo Impero d’Occidente governato da Tecno-preti o sovvertendo l’idea di coscienziosità con quella di competenza. Per il momento, mi limito a incendiare con lo sguardo gli sventurati insetti che mi entrano in casa. (Inciso: come mai proprio qui, a Milano, in piena città e in pieno traffico, debbono esserci simili creature che paiono progenie infernale? Sembra di stare nella giungla del Borneo, mannaggia  a loro.)

Dicevo, proprio oggi ho aggiunto un altro traguardo al mio progetto di vita, achievement unlocked | New nerd-bonus score acquired! Sì, la sensazione è proprio quella di stare sbloccando un lato del gioco che sino ad ora mi mancava di vedere, il lato del controllo, lo schema senza mirino guidato; lo schema dove controllo io.

E il controllo, miei cari, deriva dalla competenza. E dalle azioni. Anzi, lo riformulo meglio: la competenza, che trova il suo substrato costitutivo nell’attitudine, viene catalizzata dalle azioni intraprese e dal contesto per trasformarsi poi in competenza; da qui, il controllo. Non bisogna dimenticare, però, che è tutta una questione di soggettività. Del sentire unico e irripetibile, interno. Come si sente il pipistrello, a essere un pipistrello? Bene, io credo, quando sa che può controllare il proprio ambiente grazie ai suoi ultrasuoni. E chissà cosa significa per lui sentire di saper usare in maniera competente i suoi ultrasuoni; chissà se sente qualcosa di simile all’orgoglio, dopo aver sperimentato il controllo soggettivo, la conoscenza della causa-effetto, e aver capito che la causa-effetto è un semplice paradigma perché è tutto un sistema, è tutto un’ecologia, la causa e l’effetto si rincorrono senza fine e si tangono l’un l’altro nel nostro Eden fatto di cemento e led luminosi. Causalità circolare, this is the way. Anzi, non c’è one best way. E quando capiremo come si sente il pipistrello, capiremo noi stessi.

Non esistono strategie universali, niente training autogeno, niente best way. Esiste una persona, azioni, processi e coscienza. Il tutto, indivisibile. Quella persona sono io, nel mio piccolo angolo dove fa freddo ma il cuore è caldo. E sono inscindibile da esso, dal mio contesto. Benché non sia una persona superstiziosa – sono uno scienziato a tempo parziale e un filosofo a tempo perso che ama trascendere il qui e ora, non un credente – oggi ho capito che, fondamentalmente, al contesto e alle esperienze bisogna aggiungere una cosa. L’audacia. Perché quella catalizza la “fortuna”, o se preferite, la casualità – che è meno perfettamente bilanciata di quanto la mente umana pensi. Sapete? Abbiamo un’innata tendenza a sovrastimare le caratteristiche di alternanza nella casualità, trovandola nella sequenza la cui quantità di regolarità eccede la definizione stessa di caso; che alla fin fine è un modo arzigogolato di definire il credere nel Karma. Che ci crediate o no, la mia fortuna è l’entropia! E ho notato che correla positivamente con l’audacia. Attenzione, è relazione correlata, non causale. Confondere la correlazione con la causalità può essere fatale alla nostra già scarsa capacità di insight media, figuriamoci confondere causalità e casualità!

Entropia, casualità e sfiga.

Avevo promesso di ridefinire il mio progetto di vita, ma ecco – basta che io mi riposi un attimo, che mi distenda i nervi e le rotelle, che mi abbandoni all’entropia per qualche ora – e bam, la sera arriva senza che io me ne accorga.  E mi fa sentire di nuovo trascinata, di nuovo senza il controllo soggettivo, che se manca a un fanatico analitico (è una definizione ancora non ufficiale, ok?) come me, rischia di farlo uscire di testa!

Non ho una direzione, al momento, se non quella del mio cogitare continuo. Sapete, studiare le basi biologiche e il funzionamento della coscienza umana ti rende un po’ così. Un po’… incapace di guardarti allo specchio senza pensare “Rieccomi, mi vedo. Ma che bel visetto bianco. Chissà cosa si nasconde dietro quella fronte liscia, io ti troverò!”

Massì, come diceva il Winckelmann, la nobile semplicità e la quieta grandezza delle statue neoclassiche; sarò così d’ora in avanti, tacerò pensando a quanto fa paura il silenzio a chi non vi è abituato. E penserò –  non so bene a cosa, ma penserò. Audentes Fortuna Iuvat, dicevano, e da oggi in avanti sarà la seconda costante del mio progetto di vita. La prima, è una frase che scrissi a 12 anni e ancora mi porto dietro come lezione di vita.

Buonanotte, miei cari, passate una buona serata, e che sia produttiva o rilassante, ma piena di controllo e di cose che vi fanno felici.

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Dejà-vu: un check-point dell’entropia universale

La memoria è una delle funzioni psichiche più importanti di cui siamo dotati.

Ci pensavo ieri, mentre camminavo per le strade della mia città sotto una forte pioggia malinconica, avvolta stretta nel doppiopetto nero e i pantaloni a taglio dritto, neri anch’essi. Ricordo le vie che ho attraversato, il rumore delle gocce che s’infrangevano al di sopra del mio corpo, l’odore del cemento bagnato. Gli sms che ho inviato.

Ci sono molte forme di memoria. Da quella sensoriale a quella procedurale, ma ieri ho pensato molto a quella episodica. Quella più tradizionale, insomma, il ricordo degli eventi.

Partiamo dalle basi… Le operazioni basiche: codificaimmagazzinamentorecupero delle informazioni in seguito a una sollecitazione.

… Per arrivare alle basi fisiologiche: ippocampo, corpi mammillari, talamo medio-dorsale, strutture cerebrali antiche almeno quanto le radici della nostra razza, ancora nebulose all’occhio della scienza, come anche il processo di comunicazione attraverso i neurotrasmettitori necessari a farla funzionare. Come molte altre funzioni, anche la memoria episodica è una funzione emergente del cervello umano: una funzione superiore e complessa che deriva dall’interazione di molti substrati più o meno semplici.Gran parte di ciò che sappiamo sulla memoria lo dobbiamo a studi su pazienti che hanno un qualche genere di disturbo, come di molte altre funzioni psichiche attualmente esaminate.

 La memoria è anche fautrice di esperienze affascinanti e misteriose, come il rimuovere del tutto un evento, o sapere di averlo già vissuto. La sensazione straniante che si prova quando, in un determinato momento, si avverte quello “sbalzo” nella coscienza, che fa pensare, che fa dire: “Ma io ho già visto tutto questo.”

Il dejà-vu.

Il termine è stato coniato dal ricercatore francese Emile Boirac alla fine dell’Ottocento, per dare un nome al misterioso fenomeno studiato già da alcuni anni a quella parte, spesso visto come la manifestazione di funzioni più superiori ed oscure del cervello umano.

Sembra che esso possa insorgere soltanto a partire dal raggiungimento di un certo grado di sviluppo del cervello, e che sia un fenomeno “normale” nel senso statistico del termine (la maggior parte delle persone lo sperimenta almeno una volta nella vita). Personalmente non mi trovo d’accordo con l’opinione quasi unanime che i bambini ne siano immuni, un po’ per esperienza personale, un po’ perché ritengo comunque che una funzione arcaica come la memoria necessiti solo parzialmente di un grado di sviluppo alto.

L’angosciante sensazione di spaesamento che per un brevissimo istante fa avvertire un momento, un’immagine, una percezione come già esperita ha già ricevuto l’attenzione di molti studiosi ed attualmente esistono più di 30 spiegazioni differenti al riguardo. Da quelle neurologiche, che si concentrano principalmente sulle possibilità di un danno alle funzioni cerebrali (come ad esempio in coloro che soffrono della condizione di “dejà vu cronico”) a quelle attenzionali (che riguardano la possibilità di “desincronizzazione” fra stimolo e processo di analisi, che causerebbero un ritardo nella percezione cosciente), a quelle amnesiche (ma qui si sfocia nell’ancora più misterioso e meno indagato campo dei sogni e del ricordo non cosciente…)

 Ma io, da brava sognatrice e futura ricercatrice nel campo della coscienza umana, ho la mia personale “Teoria Fringe”. Assumendo come spiegazione-base una delle tante teorie attenzionali – che sinora mi sono sembrate le più coerenti – proverò quindi a indagare le possibilità causali di un fenomeno oscuro come il rivivere un momento sul momento stesso. Perché è di questo che si tratta: il dejà-vu non è una semplice consapevolezza “a posteriori”, è il vivere questa consapevolezza sulla propria pelle, al momento preciso in cui esso accade.

[AVVERTENZA. Non credo alla psicanalisi né a tutte quelle affermazioni metodologiche ma non scientifiche riguardanti un non ben definito “inconscio” in costante lotta con un “Io” o come si voglia chiamarlo.]

Dunque, partendo dal presupposto che per esperire un dejà-vu occorre che vi sia un lieve span – un ritardo, una desincronizzazione – fra stimolo processato e stimolo percepito, il significato (o meglio la sensazione della percezione, la sua ombra, il suo fantasma) deve in qualche modo permanere attraverso un substrato mnestico che non emerge alla coscienza, causando così la sensazione di familiarità al momento del conseguente riprocessamento dell’informazione.

Questo significa dunque che c’è stata un’interruzione nella continuità dell’attenzione, costante nel cervello umano da svegli (e in quello della maggior parte dei mammiferi), che ha costretto il cervello a una doppia processazione: la prima volta da zero, a stimolo presentato – la seconda a stimolo nascosto nei meandri della mente non cosciente. Potrebbe quindi trattarsi di un semplice scompenso, un’aberrazione nella diffusione degli impulsi neuronali, un’errata attivazione delle mappe neuronali ippocampali (nel caso di dejà-vu di luoghi) oppure dei neuroni-specchio (nel caso dei dejà-vu riguardanti persone o azioni svolte).

Il mio problema è conoscere la causa di questo scompenso.

Ogni disturbo nell’equilibrio a cui tendono tutti i sistemi aperti (compreso il cervello umano) causa – sempre – un aumento di entropia, ossia di tendenza al disordine con conseguente tentativo di recuperare l’equilibrio cui si tendeva originariamente. E poiché supponiamo che l’universo sia un sistema chiuso, l’energia presente all’interno di esso non può crearsi né distruggersi, ma può solamente scambiarsi con se stessa e assumere varie forme… Naturalmente nel passaggio qualche cosa va perduta; ogni volta che una quantità di energia viene convertita da una forma a un’altra si ha la degradazione di una parte di essa, che va così ad aumentare nuovamente l’entropia, essendo impossibile da riconvertire.

 Nulla mi impedisce quindi di pensare che, se l’energia che attraversa la mia psiche/il mio corpo non è stata “creata”, ma è solo la trasformazione di qualcos’altro, ogni volta che la si scompensa si aumenta anche l’entropia del sistema, causando un degrado di altre energie. Se l’energia che mi anima non è stata creata, deve allora avere un equivalente da qualche parte nell’universo, per il quale si trova in uno stato di equilibrio. Non parlo esattamente di “mondi paralleli” – non credo alla teoria di un universo-specchio dove da una parte sono buona e nell’altra sono cattiva – bensì di qualcosa di più sottile; se da una parte io esisto in una certa forma, affinché l’universo non collassi la mia energia deve pur essere controbilanciata da un’altra parte, in una forma diversa, in uno spazio diverso…

E quando accade qualche cosa a questo equilibrio, qualcosa di terribile, qualcosa di estremamente entropico (come la morte, per esempio!) ecco che si verifica il tutto. La tendenza all’equilibrio entra dunque in gioco; non potendo in altra maniera riparare all’aumento dell’entropia, l’energia regredisce a uno stato precedentemente assunto (“torna indietro nel tempo” mi sembra una frase da film di fantascienza) in modo da poter dare alla coscienza possibilità di riparare a questa aberrazione. Con un degrado inevitabile di una parte di essa.

… Come codifica la mente umana tutto questo? Con uno “sbalzo” nella coscienza, un’improvvisa sensazione di smarrimento, alla quale fa seguito la traccia arcana mnestica di un qualcosa di già vissuto. E da lì si riparte, sperando che l’equilibrio si ripari… pena il collasso dell’universo o di una sua parte.

Il dejà-vu, per me, rappresenta quindi sì un meccanismo neurologico/processuale del cervello umano – lo sfasamento nell’attenzione di cui parlavo prima – originato però da un problema nell’equilibrio energetico, e al contempo sua stessa soluzione e unica possibilità di riparazione da conseguenze estreme. Ed entropiche.

E’ più facile da capire se pensiamo ai video-games: ogni volta che ho un dejà-vu, penso di stare ripartendo dal mio ultimo check-point dove ho salvato il gioco… della vita.

SPECIALI: A different style for a different look. Introduzione

Buongiorno a tutti, come andiamo con i primi freddi dell’anno?

Oggi la vostra Lenore inaugura una nuova sezione di questo blog, tra gli Speciali: Different Look & Style. Dove parlerò di moda, stile, abbigliamento, trucco e parrucco, ma non solo. Different Look & Style sarà una sezione molto speciale, appunto, dove si avvicenderanno tutorial, riflessioni e persino un poco di cultura.

Iniziamo quindi con una riflessione che mi ha colpito di questi tempi, prima di parlare di correnti, abbigliamento e qualsiasi altra cosa.

L’apparenza è tutto, per gli esseri umani. Basti pensare solo al fatto che siamo gli unici animali che coprono il proprio corpo con oggetti da loro stessi creati; non voglio disquisire di argomenti filosofici et similia, non in questa sede almeno, ma occorre per forza puntualizzare alcuni capisaldi della teoria che sto per presentarvi come introduzione ai prossimi Speciali. Visto che vestirsi è necessità umana basilare – sia in termini evolutivi come riparo dagli agenti atmosferici, sia in termini di civiltà, dato che quasi nessuna cultura sulla faccia della Terra adotta il nudismo, se non in occasioni particolari – vorrei tanto che i miei lettori si fermassero a riflettere per un attimo sulla questione che ora vi presento…

La moda non è qualcosa di facile da definire. Come il concetto di stile. Quando avviene che i due termini sono sinonimi? Quando invece sono come l’acqua e il fuoco? E quando si parla di alternativo, vale lo stesso discorso? L’alternativo diventa moda? E mille altri interrogativi come questi, sono ciò che mi frulla in mente proprio ora.

Dunque… Iniziamo da una distinzione. La moda può essere quella delle passerelle, quella che rappresenta “le cose che vanno”, oppure i diktat di una particolare linea d’abbigliamento. Chiamiamole le “impostazioni generali”. Qui, sarà intesa principalmente in questo senso. Lo stile, invece, per me rappresenta qualcosa di molto personale. Pensiamo ad una qualsiasi “moda” o “corrente” che decidiamo di adottare – per la serie “Oggi mi sento… Oggi mi vesto…” – : al di là del suo nome o dei dettami indispensabili che questa ci impone o, al contrario, ci vieta di avere – e non si può negare – ognuno di noi, persino il più “ganzo” e quello più attento a tutte le novità di massa in fatto di look, è sensibile all’influenza del gusto personale, che aleggia come una grande ala protettrice contro la dittatura della motonia.

Il secondo da sinistra è un look vincente, non trovate?!

Nell’ambito del seguire una corrente, una moda, ognuno mette un po’ di Sè e un po’ di arte.

Preparandosi per andare al lavoro, a scuola, per uscire il sabato sera… Persino chi ritiene di non aderire ad alcuna moda e di vestirsi semplicemente come gli va, o a caso, durante il magico momento della vestizione le corde profonde dell’essere umano sono toccate. Di fronte all’armadio che ti guarda invitante, oppure ti deride facendoti pensare che oggi non hai nulla da metterti, oppure ti fa perdere un quarto d’ora semplicemente a pensare come potresti abbinare in modo gradevole i nuovi jeans con quelle magliette che conservi affettuosamente dai tempi del liceo… Decidere come vestirsi non è cosa semplice. Siamo ciò che indossiamo, per noi in quanto espressione individuale e soggettiva, per gli altri in quanto l’essere umano giudica per prima cosa in base alle proprie percezioni. Esterocezioni, naturalmente: alzi la mano chi riesce a staccarsi completamente dall’idea che si è fatto di una persona, un amico, un collega, semplicemente da come appare ai suoi occhi. Indipendentemente da quanto poi ci abbia conversato, o ne abbia una profonda conoscenza.

Che si tocchino i massimi livelli di eccentricità, o al contrario si propenda per il casual assoluto e più semplice possibile, il gusto personale è una cosa che abbiamo tutti – e trovo aberrante il giudicarlo connotandolo in positivo o negativo, senza considerare l’idea che tutte le facoltà e le caratteristiche dell’essere umano non sono mai “o bianco o nero”: tutto, persino la linea di vestiario, si colloca lungo un continuum che passa da un polo all’altro. E’ quindi profondamente errato, ragionare come se chi veste in modo diverso da noi (in stile differente, appunto!) si trovi sulla sponda opposta, come se fosse un soldato facente parte di un altro esercito. E’ solo un poco più distante da noi nella linea indefinita dell’apparenza umana.

Per come la vedo io, a meno che non si ecceda con l’eccesso o si scada nella volgarità, tutti gli stili personali sono rispettabili. Per il resto, non ho altri limiti. Ma chi può tracciare la linea tra sexy e volgare? E quella tra eccentricità ed eccesso?

Mi piace, mi piace...

Ciò che conta, credo, è il sentirsi bene nei propri panni, particolare piccolo ma essenziale, che troppo spesso ci dimentichiamo di considerare. Troppo spesso partiamo dalle fissazioni imposte dalla nostra immaginazione in fatto di look, piuttosto che da ciò che sentiamo a pelle. Troppo spesso, per seguire la moda, o al contrario per avversarla, per sparire o per farci notare… ci troviamo a stare un’intera giornata con addosso qualcosa che non fa parte di noi. Non c’è niente di peggio, che una persona vestita bene ma che si muove (e si sente) impacciata proprio a casa del look studiato con tanta difficoltà.

Concluderò dicendo che il look, per me, è una questione di cuore e di pancia, se capite cosa intendo. Pensateci, se volete, la prossima volta che sarete di fronte all’armadio, la prossima volta che vi costruirete il vostro set Polyvore mentale mentre siete sotto la doccia. Siamo ciò che indossiamo, non dobbiamo negarcelo – e soprattutto non dobbiamo mai dimenticarci che dentro a quegli abiti c’è una persona unica, la scelta non è mai casuale. E viene dal profondo del nostro Sé.