12-11-2012: International Dieselpunk Day!

Ciao adepti, in questa vita rotolante e caotica mi trovo ad annunciare un evento mondiale che spero sarà un grande traguardo per Noi che cerchiamo di promuovere una cultura fondando un movimento mai visto prima.

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Diciamo che questa settimana ho almeno 12 Spade di Damocle differenti appese al collo, tra impegni di lavoro, sessioni d’esami primaverili, pulizie & trasloco, colloqui e appuntamenti vari… Ma trovo sempre il modo di chiedere un permesso retribuito al mio grande amico e Maestro Padre Tempo. Lo so, qualcuno di Voi si lamenterà che non sto più partorendo quei post pregni di folli teorie e novità tecnologiche… Ma insomma, finché sarò soggetta alle leggi di densità di probabilità, mi tocca usare il tempo terrestre come meglio riesco.

La novità di cui vi voglio parlare oggi è una festività che fino a poco fa non esisteva. E’ una festività nata da poco, che si ricollega alla crescente spinta da più parti del mondo affinché l’estetica e la fantascienza Dieselpunk, oltrepassando i confini dell’arte e della moda, giunga infine ad essere riconosciuta come una vera e propria cultura.

Il Dieselpunk – per chi ancora avesse dei dubbi su cosa sia e su cosa si fondi, vi rimando al mio breve e godibile bigino – sta lentamente prendendo piede inizialmente come filone fantastico che trova spesso espressione alle Convention dove s’incontrano belle facce di questo tipo:

Trova l’intruso! Alias, l’ibrido Steam-Diesel tra tutti questi splendidi Steampunker gentleman e ladies.

… Ma finalmente, grazie agli sforzi congiunti di piccoli domini di appassionati in giro per il mondo, sta iniziando ad ottenere il riconoscimento che merita. Perché questo movimento ucronico non è solo un discorso di goggles, oggetti, vestiario e libri o film. Dietro questa (irresistibile) facciata nasconde un profondo messaggio di stile di vita, intrattenimento, cultura, dialogo e… beh, sì, amicizia.

L‘International Dieselpunk Day è un giorno che è stato scelto come celebrazione mondiale di questa cultura. L’obiettivo, come potete leggere dalle pagine del blog ufficiale a cura degli amici di Dieselpunks.org, è quello di coordinare e promuovere eventi, convention, e altri tipi di ritrovi d’interesse insieme agli appassionati di tutto il mondo. La giornata del 12 Novembre è stata scelta in quanto si tratta della ricorrenza della fine della I Guerra Mondiale (12 Novembre 1918), che la maggior parte degli esperti di questa cultura identifica come il momento in cui inizia l’Era del Diesel, caposaldo del nostro immaginario collettivo. Non bisogna dimenticare, comunque, che molti di noi tendono a considerare questa “finestra temporale” molto più elastica ed espandibile.

Non sarà un evento con un’unica sede e un biglietto d’ingresso; sarà un evento libero a tutti, a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e reinventare la storia attraverso un sensuale mix di cultura, intrattenimento e fashion. E poiché – per il momento – è principalmente attraverso il canale del Web che la nostra cultura si espande e corre alla velocità di un raggio laser, Internet sarà il veicolo eletto per pubblicizzarla ma anche per ritrovarsi, festeggiare e parlarne. Nessuno vi vuole obbligare a vestirvi da coscritto polacco e bardarvi di tutto punto, possiamo anche farci una semplice chiacchierata telematica e dirci quanto ci piace crogiolarci nel nostro mondo!

Vi annuncio quindi, con grande gioia, che il mio progetto Dieselpunk Italian Manifesto è divenuto uno dei partner-sostenitori ufficiali dell’iniziativa, come testimoniato dal sito dell’evento!

Di seguito i contatti principali, che vi prego di diffondere il più possibile se avete apprezzato quanto esposto:

Gruppo ufficiale su Facebook

Blog (dagli amici di Dieselpunks.org)

Dieselpunk Italian Manifesto

Ho un solo avvertimento per Voi, sia che siate semplici curiosi o appassionati sfegatati. Qui non c’è posto per rivalità da primadonna oppure ostentazioni da passerella. Siamo un esercito unito, un’amicizia trascendentale, una fratellanza virtuale che corre sul Web e ai pochi ritrovi.

Spero un giorno di riuscire a organizzare qualcosa di stupendo, qualcosa di grandissimo, dove finalmente potervi invitare per davvero e conoscervi tutti dal vivo. Ma ora come in futuro, desidero soltanto vedere amicizia e libero scambio di idee tra gli appassionati, non micro-conflitti da reality-show di quart’ordine.

Pena la degradazione immediata e un lancio nell’Etere senza paracadute dal mio Zeppelin personale.

Dejà-vu: un check-point dell’entropia universale

La memoria è una delle funzioni psichiche più importanti di cui siamo dotati.

Ci pensavo ieri, mentre camminavo per le strade della mia città sotto una forte pioggia malinconica, avvolta stretta nel doppiopetto nero e i pantaloni a taglio dritto, neri anch’essi. Ricordo le vie che ho attraversato, il rumore delle gocce che s’infrangevano al di sopra del mio corpo, l’odore del cemento bagnato. Gli sms che ho inviato.

Ci sono molte forme di memoria. Da quella sensoriale a quella procedurale, ma ieri ho pensato molto a quella episodica. Quella più tradizionale, insomma, il ricordo degli eventi.

Partiamo dalle basi… Le operazioni basiche: codificaimmagazzinamentorecupero delle informazioni in seguito a una sollecitazione.

… Per arrivare alle basi fisiologiche: ippocampo, corpi mammillari, talamo medio-dorsale, strutture cerebrali antiche almeno quanto le radici della nostra razza, ancora nebulose all’occhio della scienza, come anche il processo di comunicazione attraverso i neurotrasmettitori necessari a farla funzionare. Come molte altre funzioni, anche la memoria episodica è una funzione emergente del cervello umano: una funzione superiore e complessa che deriva dall’interazione di molti substrati più o meno semplici.Gran parte di ciò che sappiamo sulla memoria lo dobbiamo a studi su pazienti che hanno un qualche genere di disturbo, come di molte altre funzioni psichiche attualmente esaminate.

 La memoria è anche fautrice di esperienze affascinanti e misteriose, come il rimuovere del tutto un evento, o sapere di averlo già vissuto. La sensazione straniante che si prova quando, in un determinato momento, si avverte quello “sbalzo” nella coscienza, che fa pensare, che fa dire: “Ma io ho già visto tutto questo.”

Il dejà-vu.

Il termine è stato coniato dal ricercatore francese Emile Boirac alla fine dell’Ottocento, per dare un nome al misterioso fenomeno studiato già da alcuni anni a quella parte, spesso visto come la manifestazione di funzioni più superiori ed oscure del cervello umano.

Sembra che esso possa insorgere soltanto a partire dal raggiungimento di un certo grado di sviluppo del cervello, e che sia un fenomeno “normale” nel senso statistico del termine (la maggior parte delle persone lo sperimenta almeno una volta nella vita). Personalmente non mi trovo d’accordo con l’opinione quasi unanime che i bambini ne siano immuni, un po’ per esperienza personale, un po’ perché ritengo comunque che una funzione arcaica come la memoria necessiti solo parzialmente di un grado di sviluppo alto.

L’angosciante sensazione di spaesamento che per un brevissimo istante fa avvertire un momento, un’immagine, una percezione come già esperita ha già ricevuto l’attenzione di molti studiosi ed attualmente esistono più di 30 spiegazioni differenti al riguardo. Da quelle neurologiche, che si concentrano principalmente sulle possibilità di un danno alle funzioni cerebrali (come ad esempio in coloro che soffrono della condizione di “dejà vu cronico”) a quelle attenzionali (che riguardano la possibilità di “desincronizzazione” fra stimolo e processo di analisi, che causerebbero un ritardo nella percezione cosciente), a quelle amnesiche (ma qui si sfocia nell’ancora più misterioso e meno indagato campo dei sogni e del ricordo non cosciente…)

 Ma io, da brava sognatrice e futura ricercatrice nel campo della coscienza umana, ho la mia personale “Teoria Fringe”. Assumendo come spiegazione-base una delle tante teorie attenzionali – che sinora mi sono sembrate le più coerenti – proverò quindi a indagare le possibilità causali di un fenomeno oscuro come il rivivere un momento sul momento stesso. Perché è di questo che si tratta: il dejà-vu non è una semplice consapevolezza “a posteriori”, è il vivere questa consapevolezza sulla propria pelle, al momento preciso in cui esso accade.

[AVVERTENZA. Non credo alla psicanalisi né a tutte quelle affermazioni metodologiche ma non scientifiche riguardanti un non ben definito “inconscio” in costante lotta con un “Io” o come si voglia chiamarlo.]

Dunque, partendo dal presupposto che per esperire un dejà-vu occorre che vi sia un lieve span – un ritardo, una desincronizzazione – fra stimolo processato e stimolo percepito, il significato (o meglio la sensazione della percezione, la sua ombra, il suo fantasma) deve in qualche modo permanere attraverso un substrato mnestico che non emerge alla coscienza, causando così la sensazione di familiarità al momento del conseguente riprocessamento dell’informazione.

Questo significa dunque che c’è stata un’interruzione nella continuità dell’attenzione, costante nel cervello umano da svegli (e in quello della maggior parte dei mammiferi), che ha costretto il cervello a una doppia processazione: la prima volta da zero, a stimolo presentato – la seconda a stimolo nascosto nei meandri della mente non cosciente. Potrebbe quindi trattarsi di un semplice scompenso, un’aberrazione nella diffusione degli impulsi neuronali, un’errata attivazione delle mappe neuronali ippocampali (nel caso di dejà-vu di luoghi) oppure dei neuroni-specchio (nel caso dei dejà-vu riguardanti persone o azioni svolte).

Il mio problema è conoscere la causa di questo scompenso.

Ogni disturbo nell’equilibrio a cui tendono tutti i sistemi aperti (compreso il cervello umano) causa – sempre – un aumento di entropia, ossia di tendenza al disordine con conseguente tentativo di recuperare l’equilibrio cui si tendeva originariamente. E poiché supponiamo che l’universo sia un sistema chiuso, l’energia presente all’interno di esso non può crearsi né distruggersi, ma può solamente scambiarsi con se stessa e assumere varie forme… Naturalmente nel passaggio qualche cosa va perduta; ogni volta che una quantità di energia viene convertita da una forma a un’altra si ha la degradazione di una parte di essa, che va così ad aumentare nuovamente l’entropia, essendo impossibile da riconvertire.

 Nulla mi impedisce quindi di pensare che, se l’energia che attraversa la mia psiche/il mio corpo non è stata “creata”, ma è solo la trasformazione di qualcos’altro, ogni volta che la si scompensa si aumenta anche l’entropia del sistema, causando un degrado di altre energie. Se l’energia che mi anima non è stata creata, deve allora avere un equivalente da qualche parte nell’universo, per il quale si trova in uno stato di equilibrio. Non parlo esattamente di “mondi paralleli” – non credo alla teoria di un universo-specchio dove da una parte sono buona e nell’altra sono cattiva – bensì di qualcosa di più sottile; se da una parte io esisto in una certa forma, affinché l’universo non collassi la mia energia deve pur essere controbilanciata da un’altra parte, in una forma diversa, in uno spazio diverso…

E quando accade qualche cosa a questo equilibrio, qualcosa di terribile, qualcosa di estremamente entropico (come la morte, per esempio!) ecco che si verifica il tutto. La tendenza all’equilibrio entra dunque in gioco; non potendo in altra maniera riparare all’aumento dell’entropia, l’energia regredisce a uno stato precedentemente assunto (“torna indietro nel tempo” mi sembra una frase da film di fantascienza) in modo da poter dare alla coscienza possibilità di riparare a questa aberrazione. Con un degrado inevitabile di una parte di essa.

… Come codifica la mente umana tutto questo? Con uno “sbalzo” nella coscienza, un’improvvisa sensazione di smarrimento, alla quale fa seguito la traccia arcana mnestica di un qualcosa di già vissuto. E da lì si riparte, sperando che l’equilibrio si ripari… pena il collasso dell’universo o di una sua parte.

Il dejà-vu, per me, rappresenta quindi sì un meccanismo neurologico/processuale del cervello umano – lo sfasamento nell’attenzione di cui parlavo prima – originato però da un problema nell’equilibrio energetico, e al contempo sua stessa soluzione e unica possibilità di riparazione da conseguenze estreme. Ed entropiche.

E’ più facile da capire se pensiamo ai video-games: ogni volta che ho un dejà-vu, penso di stare ripartendo dal mio ultimo check-point dove ho salvato il gioco… della vita.

Lucca TragiComics. L’Esercito Steam, i cosplayer, foto e molte altre peripezie…

A volte è bello immergersi in un mondo fantastico, e dimenticarsi di tutto il resto.

Lucca Comics & Games, la convention italiana più attesa di fumetti, film, giochi, videogame, fan e cosplay quest’anno ha registrato cifre da record: più di 150mila visitatori in soli quattro giorni (28 ott – 1 nov 2011)! Un bel risultato, se si considerano anche i drammatici eventi legati al maltempo, che ha martoriato la zona delle Cinque Terre e il nord della Toscana nei giorni precedenti.

Decine di padiglioni, esposizioni, mostre, incontri dal vivo con gli autori, ospiti d’eccezione, souvenirs e gadget unici: queste sono solo alcune delle attrattive che offre l’enorme polo fieristico, il cui cuore si trova nel centro storico della cittadella – i dettagli e la mappa si trovano sul sito ufficiale – mentre le vie della città offrono forse lo spettacolo più bello che un nerd come me (ma anche un semplice curioso!) possa ammirare.

Complice il bel tempo (nonché il ponte di Ognissanti), le strade di Lucca sono state invase da amanti del genere, roleplayers, semplici curiosi e cosplayers – ossia coloro che amano impersonare i propri personaggi preferiti costruendosi da sé i costumi – dando così luogo a un ritrovo unico nel suo genere, a un’isola di mondo felice e piena di fantasia.

A Lucca, si respirava proprio un’aria diversa. L’aria di un mondo fantastico, appunto, l’aria di un viaggio meraviglioso. Un po’ sono tornata bambina, un po’ mi sono divertita, un po’ ho scattato foto…

Sono arrivata alle mura alle 11 di mattina circa, dopo un viaggio spaventoso, schiacciata come una sardina nel regionale Viareggio-Lucca che straripava di amici e visitatori – temendo a ogni secondo di rovinarmi l’outfit.

Outfit?, direte voi. Sì, outfit. Conoscete la passione per lo stile, l’estetica, la cultura Steampunk e Dieselpunk della vostra Lenore, no? Quindi nessuna sorpresa, che io sia scesa a Lucca così… in totale assetto da guerra!!! Il pubblico sembra avermi apprezzata…. visto che ho subìto un bombardamento di flash dei fotografi sin da quando ho iniziato a percorrere il viale che porta alle mura della città antica! WOW!!!

Il Colonnello Alchimista in un momento di sobrietà.

Il mio personaggio è il Colonnello Alchimista Lenore, un qualcosa che sta a metà tra lo Steampunk di fine ‘800 e il Dieselpunk più sporco (e crucco!) alla Tannhauzer. Notare il cuore a carica a molla (funziona!) , le spalline originali dell’Esercito Italiano Regio di inizio ‘900, e soprattutto il respiratore da guerra costruito dalle mie sante manine – come tutto il resto del costume! Oddio, poi qualcosa è cambiato…

Con tale nome mi trovate anche sul forum Laboratory of Time, il forum  più amato dagli steampunkers italiani. E a proposito di Steampunk italiano… Era previsto un grande raduno alle 14.00 di domenica 30 ottobre in cima al Baluardo di S.Maria, alla Citadel dei giocatori di ruolo; la voce deve aver fatto un grosso tam-tam silenzioso per il Web, perché alla fine il nostro esercito contava più di 50 persone…

Non è male, se si pensa che in Italia lo Steampunk fino a poco tempo fa era un filone pressoché sconosciuto. E’ stata recentemente fondata, a opera di alcuni simpatici volenterosi di Laboratory, la prima Associazione italiana a tema steampunk, per promuovere la creatività e i progetti artistici e non nell’ambito di questo meraviglioso stile. Visitate il loro sito e supportateli: il loro progetto è lodevole, e inoltre gli abili customizzatori mettono a disposizione i loro tutorial per un fai-da-te da far impallidire Giovanni Muciaccia! Link: http://www.steampunkitalia.com/

La versione finale del mio outfit si presentava così, dunque. Qui mi vedete con una collega… ubriaca di Jack Daniel’s (il che spiega la posa leggermente in equilibrio precario) e felice come una bambina la notte del 24 dicembre…

… e qui con META’ dell’Esercito Steampunk, che ha anche fatto bella mostra di sé sfilando per le vie di Lucca, per la gioia di tutti i presenti. Ribadendo, ancora una volta, che lo Steampunk non è cosplay: è uno stile di vita.

Ho anche perso al !”gioco”!, mannaggia alla TrollFace che esibiva il cartello sotto al palco delle gare cosplay (“THE GAME“, così perdono anche tutti quelli che mi leggono, LOL) ! L’ho detto subito, come vogliono le regole, alla prima ragazzina che mi ha fermato per fare una foto… e anche lei ha perso, LOLOLOL. Questi sono i migliori.

THE GAME. LOL.

Poi, beh, a dire la verità, il Lucca Comics non è stata una gran giornata per me, causa sfighe personali che hanno (quasi) venato di negatività questo viaggio unico, pertanto l’ho ribattezzato il mio TragiComics. Ma non fa niente, ciò che conta è che mi sono divertita un mondo, ho visto cose meravigliose e ho conosciuto tanti colleghi Steampunkers. Ora spero di poter portare avanti allo stesso modo il mio progetto personale in ambito Dieselpunk, perché anch’esso necessita del giusto riconoscimento… Ma ci sarà tempo anche per quello.

Una nota negativa? Sigh, i cosplay che ho visto in giro… Ormai sono sempre meno, quelli di cartoon ed eroi classici come Lupin, Astroboy, Star Wars, Marvel, ecc… I ragazzi di oggi sembrano conoscere solo i manga “di massa”, come Bleach e Naruto, ma vabbé, sono sempre e comunque molto belli da vedere. E poi, parlo come una vecchietta che ricorda i bei tempi andati!

Vi lascio con una minigallery delle immagini più belle e dei cosplay più curiosi… la galleria completa la trovate qui sul mio flickr. Taggatevi se vi riconoscete, commentate se apprezzate… Ci si ritrova l’anno prossimo, dunque. Fidatevi, ne vale la pena! Link: Flickr Set

… E speriamo che le sfighe mi lascino in pace, la volta prossima!!!

Gesù!!! Sì, c'era pure lui!

Mmh, pella foto kon mio kolega Herr Doktor

Il sogno di una vita che si realizza... Incontrare Hellboy!

Gli Akatsuki al completo! Che belli!

Soldati imperiali...

Le sexyssime ragazze di Sucker Punch.

Considerazioni Pre-Sessione Estiva. Le Contraddizioni della Scienza.

Che la psichiatria faccia impazzire invece che curare, è un assioma idiota da sfatare. Come l’idea che la malattia mentale debba per forza associarsi ad aggressività (i due miti forse più famosi che gettano ombra sulla psichiatria anche e  soprattutto grazie al contributo dei media e della cattiva informazione: il pazzo criminale e lo psichiatra dominatore). E’ la società (e con questo NON intendo fare discorsi pseudopolitici) che determina dicotomie basilari cui siamo abituati sin da piccoli, come quella tra sano/malato. Come lo riconoscete, voi, un malato di mente? Dagli abiti? Dal comportamento? La malattia è tale grazie all’immagine che le si attribuisce attraverso le lenti di un’epoca.

Il manicomio in un'incisione settecentesca.

Il "reparto agitati" nella moderna interpretazione del manicomio nel film "Qualcuno volò sul nido del cuculo", 1975

Come l’immagine dello studioso della mente e del cervello che è cambiata radicalmente, tra Ottocento e Novecento. Come le leggi che si sono avvicendate e sostituite riguardo autorità del medico, gestione del manicomio, gestione dei reparti psichiatrici e dei trattamenti obbligatori…

Questo il mio motto – perché la verità sta nel mezzo, d’accordo che non occorre esagerare con farmaci e trattamenti forzati – ma la psichiatria è nata inizialmente come

  • Scienza della Natura – il cui obiettivo è spiegare e curare l’essere umano e le sue patologie a livello naturalistico
  • ramificandosi poi, anche troppo, come Scienza dell’uomo che cerca di comprendere la nostra unicità olistica – in senso anche antropologico o semplicemente fenomenologico.

Troppe scelte possono costituire un ostacolo. L’Ottocento e il Novecento hanno visto troppe teorie contrapporsi e lottare tra di loro per un primato, a dire il vero, inesistente. E’ l’unione che fa la forza, in questo caso. Sì, sono per l’olismo teorico. Tornare a riunire ciò che tempo fa è stato diviso…

Ne consegue che, a seconda dell’orientamento e del modo di vedere, capire, indagare la malattia – scientifico o meno – cambiano non solo i trattamenti e i metodi di ricerca, ma la radice stessa del concetto di malattia attraverso le percezioni e rappresentazioni della stessa, derivanti dai diversi approcci. Per qualcuno, il malato psicopatogeno è a un livello inferiore nella scala evolutiva, per altri è quasi un mistico, un veggente oppure semplicemente più vicino all’origine dell’esperienza umana grazie al controllo che si allenta attraverso i meccanismi psichici compromessi.

Il manifesto di una mostra tenutasi a Siena in maggio, che spiega bene l'archetipo post-moderno del "genio folle".

E troppo spesso viene commesso l’errore di confondere il “pacchetto sintomatologico” con la malattia stessa. Per fortuna, quanto meno la radicale opposizione tra chi studiava l’essere umano monade e chi invece propendeva per la non scindibilità dello stesso dal contesto interpersonale, si è disciolta a favore di un generale inquadramento relazionale che non dimentica però l’indagine del bizzarro “mondo interno”.

Mondo esogeno e mondo endogeno.

Veniamo poi all’eziologia, che ha un ruolo non indifferente riguardo a tale percezione e a tutto ciò che ne consegue. Moebius (primo Novecento) ha enunciato per primo la differenza che intercorre tra cause esogene ed endogene. Da lì, nuove lotte intestine tra chi pensa che la malattia non esiste e sia una mera costruzione sociale, chi pensa che “malati si nasce” per genetica o predisposizioni familiari, chi dice che siano l’ambiente e le costrizioni sociali a scatenare la malattia in termini di conflitto e risposta ad esso… Risposta degenerata.

Assistiamo al giorno d’oggi, dagli anni Settanta in poi, a un revival della psicobiologia e del cosiddetto filone di ricerca genetica o dei disturbi che hanno una causa insita nella fisicità dell’essere. Gli psicologi, dal canto loro, tentano ancora di spiegare – spesso invano, come nel caso della schizofrenia – quali siano i meccanismi sottostanti al sintomo e all’insorgere della malattia, che cos’è che va e non va nella macchina perfetta – e astratta – della cognizione umana.

La malattia da spot esiste?

Tornando a prima, secondo me, sbaglia chi si pone su questo o l’altro fronte. La psicopatologia e lo studio della mente umana andrebbero affrontati certamente con una buona dose di olismo e anche di metafisica, ma senza trascendere troppo in territori più psicanalitici che scientifici… Anche perché vige ormai la contrapposizione biologico vs. psicologico, e io non ci sto. Come non ci sto al semplice studio filantropico-antropologico di come funziona il pensiero umano. L’essere umano, nel corso della vita, affronta tante dissociazioni e dissonanze mirando talvolta a una totalità dimenticata – che si può raggiungere solo attraverso “la consapevolezza di essere consapevoli”, si dice – e le varie discipline che vanno dall’Arte Regia di Ermete Trismegisto alla meditazione buddista sono testimonianza della nostra ultima aspirazione, che però di questi tempi abbiamo dimenticato in favore di una vita e di una cultura che ottenebra i sensi e la capacità di ragionamento. Verrebbe da

chiedersi a quale scopo succede il tutto, ma ci vorrebbero decine e decine di topic dedicati – e l’argomento delle mie considerazioni era un altro.

Non riesco a collocarmi in nessuno dei paradigmi attuali su questo tema, in quanto io miro a una comprensione e a un paradigma ben più estesi. Miro al “paradigma del tutto” – biologico, genetico, psicologico, patologico, mistico, spaziale e chi più ne ha più ne metta – l’uomo nel cosmo – ma temo che rimarrò una sognatrice, anzi un’utopista, perché l’uomo non potrà arrivare a conoscere se stesso risolvendo il tutto nel giro di qualche studio da ricercatore, almeno per ora.

Per realizzare il mio progetto, avrei bisogno di un grande balzo in avanti – di tecnologie e di vedute. Ma mi sembra di essere quanto mai sola in un mare costellato di piccoli porti e isole, tutti connessi ma nessuno che ne rilevi la caratteristica fondamentale, e nessuno degli strumenti d’indagine di cui disponiamo è abbastanza adeguato a supportare i nuovi metodi di ricerca della mente consapevole.

Salvadorì Dali, opera che non sono riuscita a identificare. Ma esprime l'idea di un "tutto" che a quanto pare io e il pittore condividiamo...

El Poetta de Milan, e la sò “Zamperla”

Sono giorni davvero tristi, e carichi di sfortune non comuni che sembrano piombarti in testa come il pianoforte a George Clooney in una nota pubblicità.

Sento quanto mai la mancanza di una grande persona, che oggi vorrei ricordare, e commemorare sia per il suo genio artistico che per il suo grande cuore: mio nonno Armando Brocchieri (1922 – 2001), El Poetta di Navili, un Poetta de Milan. Il più grande – almeno nel mio cuore.

La mia è una famiglia di artisti, professori, scrittori e filosofi originaria dei Navigli di Milano, con frange pavesi, austriache e francesi, dove il gene del genio è spesso andato a braccetto con quello della follia; ne vado molto orgogliosa, ma del nonno in particolare. Alto e fiero, nasone dritto e sguardo penetrante, irascibile ma accattivante, saggio e  geniale, del nonno ho un ricordo indelebile e amorevole. Ricordo i pomeriggi passati a fare i cruciverba e a imparare nuove parole. Ricordo le cene alle quali l’unica lingua ammessa era el dialett milanes. Ricordo i suoi spietati giudizi sulle note di pianoforte che mi dilettavo a comporre (ben presto abbandonate…), e quelli un poco più favorevoli sulle mie liriche acerbe e pure, non ancora adolescenti.

Ma oggi voglio soprattutto ricordare le sue numerose opere, attraverso le parole di P. De Marchi: Magnetizza il pubblico con i suoi racconti, i suoi personaggi, le poesie, i canti, quasi nenie, che ci riportano alla Milano inizio secolo. Una Milano in crescita, che vuole stare al passo col progresso e col processo industriale e lo fa sulle spalle della povera gente, che ha lasciato la miseria della campagna per vivere la miseria della città. Gente dai mille mestieri, che si identifica coi soprannomi, ma che ha un cuore grande e come unico divertimento la “ciocca” del sabato sera che scioglie i dispiaceri nel canto corale. Ed è proprio di questa gente che Brocchieri ci parla, di “Donna Regina [mia nonna, N.d.r.] e la sua osteria” con il suo campionario di clienti, di “Donna Adele” e le “sante” dei “gamber del Sassee”. El Sassee [dove ora c’è la metrò di Romolo, N.d.r.] , me lo ricordo anch’io… Brocchieri racconta, con pudore quasi rassegnato; i suoi personaggi hanno corpo e voce…”

La storia de Milan è forse il suo lascito più famoso, accanto a Donna Regina e Donn de la Riva, nel quale gli avvenimenti storici principali della sua amata città vengono raccontati in una lunga poesia da un nonno a un nipotino, accompagnati dalle suggestive illustrazioni del Cottino. Un po’ come ha sempre fatto con me, con la sua “Zamperla” . Chissà che avrebbe detto il nonno, se avesse potuto leggere tutti i voli pindarici che faccio ora – che inizio e non termino, che termino e rimaneggio mille volte indecisa su quando sublimarne il fallimento – ma di una cosa sono sicura, di tutte le poesie che leggerete nel mio blog, queste saranno sempre le più belle.

Vi lascio quindi alla calda e profonda voce del nonno, con questa splendida e nostalgica lirica notturna.