Dejà-vu: un check-point dell’entropia universale

La memoria è una delle funzioni psichiche più importanti di cui siamo dotati.

Ci pensavo ieri, mentre camminavo per le strade della mia città sotto una forte pioggia malinconica, avvolta stretta nel doppiopetto nero e i pantaloni a taglio dritto, neri anch’essi. Ricordo le vie che ho attraversato, il rumore delle gocce che s’infrangevano al di sopra del mio corpo, l’odore del cemento bagnato. Gli sms che ho inviato.

Ci sono molte forme di memoria. Da quella sensoriale a quella procedurale, ma ieri ho pensato molto a quella episodica. Quella più tradizionale, insomma, il ricordo degli eventi.

Partiamo dalle basi… Le operazioni basiche: codificaimmagazzinamentorecupero delle informazioni in seguito a una sollecitazione.

… Per arrivare alle basi fisiologiche: ippocampo, corpi mammillari, talamo medio-dorsale, strutture cerebrali antiche almeno quanto le radici della nostra razza, ancora nebulose all’occhio della scienza, come anche il processo di comunicazione attraverso i neurotrasmettitori necessari a farla funzionare. Come molte altre funzioni, anche la memoria episodica è una funzione emergente del cervello umano: una funzione superiore e complessa che deriva dall’interazione di molti substrati più o meno semplici.Gran parte di ciò che sappiamo sulla memoria lo dobbiamo a studi su pazienti che hanno un qualche genere di disturbo, come di molte altre funzioni psichiche attualmente esaminate.

 La memoria è anche fautrice di esperienze affascinanti e misteriose, come il rimuovere del tutto un evento, o sapere di averlo già vissuto. La sensazione straniante che si prova quando, in un determinato momento, si avverte quello “sbalzo” nella coscienza, che fa pensare, che fa dire: “Ma io ho già visto tutto questo.”

Il dejà-vu.

Il termine è stato coniato dal ricercatore francese Emile Boirac alla fine dell’Ottocento, per dare un nome al misterioso fenomeno studiato già da alcuni anni a quella parte, spesso visto come la manifestazione di funzioni più superiori ed oscure del cervello umano.

Sembra che esso possa insorgere soltanto a partire dal raggiungimento di un certo grado di sviluppo del cervello, e che sia un fenomeno “normale” nel senso statistico del termine (la maggior parte delle persone lo sperimenta almeno una volta nella vita). Personalmente non mi trovo d’accordo con l’opinione quasi unanime che i bambini ne siano immuni, un po’ per esperienza personale, un po’ perché ritengo comunque che una funzione arcaica come la memoria necessiti solo parzialmente di un grado di sviluppo alto.

L’angosciante sensazione di spaesamento che per un brevissimo istante fa avvertire un momento, un’immagine, una percezione come già esperita ha già ricevuto l’attenzione di molti studiosi ed attualmente esistono più di 30 spiegazioni differenti al riguardo. Da quelle neurologiche, che si concentrano principalmente sulle possibilità di un danno alle funzioni cerebrali (come ad esempio in coloro che soffrono della condizione di “dejà vu cronico”) a quelle attenzionali (che riguardano la possibilità di “desincronizzazione” fra stimolo e processo di analisi, che causerebbero un ritardo nella percezione cosciente), a quelle amnesiche (ma qui si sfocia nell’ancora più misterioso e meno indagato campo dei sogni e del ricordo non cosciente…)

 Ma io, da brava sognatrice e futura ricercatrice nel campo della coscienza umana, ho la mia personale “Teoria Fringe”. Assumendo come spiegazione-base una delle tante teorie attenzionali – che sinora mi sono sembrate le più coerenti – proverò quindi a indagare le possibilità causali di un fenomeno oscuro come il rivivere un momento sul momento stesso. Perché è di questo che si tratta: il dejà-vu non è una semplice consapevolezza “a posteriori”, è il vivere questa consapevolezza sulla propria pelle, al momento preciso in cui esso accade.

[AVVERTENZA. Non credo alla psicanalisi né a tutte quelle affermazioni metodologiche ma non scientifiche riguardanti un non ben definito “inconscio” in costante lotta con un “Io” o come si voglia chiamarlo.]

Dunque, partendo dal presupposto che per esperire un dejà-vu occorre che vi sia un lieve span – un ritardo, una desincronizzazione – fra stimolo processato e stimolo percepito, il significato (o meglio la sensazione della percezione, la sua ombra, il suo fantasma) deve in qualche modo permanere attraverso un substrato mnestico che non emerge alla coscienza, causando così la sensazione di familiarità al momento del conseguente riprocessamento dell’informazione.

Questo significa dunque che c’è stata un’interruzione nella continuità dell’attenzione, costante nel cervello umano da svegli (e in quello della maggior parte dei mammiferi), che ha costretto il cervello a una doppia processazione: la prima volta da zero, a stimolo presentato – la seconda a stimolo nascosto nei meandri della mente non cosciente. Potrebbe quindi trattarsi di un semplice scompenso, un’aberrazione nella diffusione degli impulsi neuronali, un’errata attivazione delle mappe neuronali ippocampali (nel caso di dejà-vu di luoghi) oppure dei neuroni-specchio (nel caso dei dejà-vu riguardanti persone o azioni svolte).

Il mio problema è conoscere la causa di questo scompenso.

Ogni disturbo nell’equilibrio a cui tendono tutti i sistemi aperti (compreso il cervello umano) causa – sempre – un aumento di entropia, ossia di tendenza al disordine con conseguente tentativo di recuperare l’equilibrio cui si tendeva originariamente. E poiché supponiamo che l’universo sia un sistema chiuso, l’energia presente all’interno di esso non può crearsi né distruggersi, ma può solamente scambiarsi con se stessa e assumere varie forme… Naturalmente nel passaggio qualche cosa va perduta; ogni volta che una quantità di energia viene convertita da una forma a un’altra si ha la degradazione di una parte di essa, che va così ad aumentare nuovamente l’entropia, essendo impossibile da riconvertire.

 Nulla mi impedisce quindi di pensare che, se l’energia che attraversa la mia psiche/il mio corpo non è stata “creata”, ma è solo la trasformazione di qualcos’altro, ogni volta che la si scompensa si aumenta anche l’entropia del sistema, causando un degrado di altre energie. Se l’energia che mi anima non è stata creata, deve allora avere un equivalente da qualche parte nell’universo, per il quale si trova in uno stato di equilibrio. Non parlo esattamente di “mondi paralleli” – non credo alla teoria di un universo-specchio dove da una parte sono buona e nell’altra sono cattiva – bensì di qualcosa di più sottile; se da una parte io esisto in una certa forma, affinché l’universo non collassi la mia energia deve pur essere controbilanciata da un’altra parte, in una forma diversa, in uno spazio diverso…

E quando accade qualche cosa a questo equilibrio, qualcosa di terribile, qualcosa di estremamente entropico (come la morte, per esempio!) ecco che si verifica il tutto. La tendenza all’equilibrio entra dunque in gioco; non potendo in altra maniera riparare all’aumento dell’entropia, l’energia regredisce a uno stato precedentemente assunto (“torna indietro nel tempo” mi sembra una frase da film di fantascienza) in modo da poter dare alla coscienza possibilità di riparare a questa aberrazione. Con un degrado inevitabile di una parte di essa.

… Come codifica la mente umana tutto questo? Con uno “sbalzo” nella coscienza, un’improvvisa sensazione di smarrimento, alla quale fa seguito la traccia arcana mnestica di un qualcosa di già vissuto. E da lì si riparte, sperando che l’equilibrio si ripari… pena il collasso dell’universo o di una sua parte.

Il dejà-vu, per me, rappresenta quindi sì un meccanismo neurologico/processuale del cervello umano – lo sfasamento nell’attenzione di cui parlavo prima – originato però da un problema nell’equilibrio energetico, e al contempo sua stessa soluzione e unica possibilità di riparazione da conseguenze estreme. Ed entropiche.

E’ più facile da capire se pensiamo ai video-games: ogni volta che ho un dejà-vu, penso di stare ripartendo dal mio ultimo check-point dove ho salvato il gioco… della vita.

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Speciali Scienza: II – Ricerca sul dolore, se a soffrire è una donna non te ne accorgi

Buonasera,

Questo è il primo di una serie di ARTICOLI “SPECIALI” a tema scientifico, proposti sempre dalla vostra Miss Lenore AM (per l’occasione, Dottoressa Lenore AM) che toccheranno un vasto ambito di problematiche, dubbi, scoperte, dannose aspirazioni umane, voli pindarico-teorici e molto altro… Saranno tratti, a volte, da risorse del Web delle quali indicherò sempre onestamente le fonti (la ricerca dovrebbe essere meritocratica, a mio parere, come qualunque cosa – sempre e comunque).

PERCHE’ LA SCIENZA NON E’ NOIOSA, LA RICERCA SCIENTIFICA E IL FARSI DOMANDE CONTINUAMENTE SONO PARTI DELLA VOSTRA NATURA UMANA, NON CERCATE DI RIPUDIARLE!

Studiare sodo, oltre a rendere sicuramente più intelligenti e in grado di uscire dalla massa, fa scoprire un sacco di cose interessanti e curiose. Pensate: io non credevo alla psicanalisi (da me definita “Psicoballa” per il mio orientamento fortemente cognitivista …sigh), ma studiandola sui libri consigliatimi dal mio esimio professore, ho iniziato a trovare alcune delle recenti scoperte molto interessanti.

Non spenderò altre parole inutili… Leggete dunque il glorioso report di questi giovanissimi talenti scientifici miei prossimi colleghi!!! (almeno spero). L‘ultima parte è davvero interessante… non solo per le donne che mi leggono, ma anche per gli uomini. Riflettiamoci su tutti evitando inutili o peggio ipocrite polemiche pseudo-sessiste/femministe/ecc.

DA http://WWW.UNIMIB.IT (http://www.unimib.it/link/news.jsp?8562723394097218796)

Milano, 6 aprile 2011 – Se a provare dolore è una donna sarà più difficile, per chi la incontra, accorgersi che sta soffrendo. È il risultato di una ricerca condotta, presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, da Paolo Riva, assegnista di ricerca, Simona Sacchi e Lorenzo Montali, ricercatori in Psicologia sociale, e Alessandra Frigerio, dottoranda di ricerca. Lo studio, pubblicato sull’European Journal of Pain  (http://www.europeanjournalpain.com/article/S1090-3801(11)00056-5/fulltext), ha infatti dimostrato che gli osservatori sono meno abili nell’identificare la sofferenza se ad esprimerla è un volto femminile.

Il viso è una fonte di informazioni cruciale per comprendere le emozioni e le sensazioni provate da una persona, ma anche un indicatore fondamentale per comprendere se chi abbiamo di fronte sta provando dolore. Più delle parole gli osservatori sono infatti guidati dalle espressioni del volto per giudicare se un individuo prova dolore e con quale intensità.  Lo studio ha indagato se il genere di chi soffre influenza la rapidità e l’accuratezza con la quale gli osservatori si accorgono che la persona che hanno di fronte sta soffrendo.

I ricercatori hanno utilizzato delle rappresentazioni computerizzate del volto umano (guarda gli avatar http://www.unimib.it/upload/gestioneFiles/relazioniEsterne/avatardolore.pdf), generate con un software che consente  di manipolare le espressioni facciali insieme ad altre caratteristiche, tra le quali il genere. Sono stati così generati dei volti identici per ciascuna caratteristica, eccetto che per il loro genere e per le loro espressioni facciali. In questo modo, sono state controllate molte delle possibili variabili confondenti, come il grado di attrattività fisica del viso, la direzione dello sguardo, l’asimmetria facciale, l’etnia, l’età e la generale morfologia del viso.

Sono stati condotti tre esperimenti su 128 persone (34 nel primo esperimento, 56 nel secondo e 38 nel terzo, http://www.unimib.it/upload/gestioneFiles/relazioniEsterne/tabelle.zip). Nel primo, i partecipanti erano chiamati a giudicare il più velocemente e accuratamente possibile una serie di immagini statiche che raffiguravano volti maschili e femminili con diverse espressioni facciali (dolore, rabbia, disgusto e neutrale). Questo primo esperimento ha mostrato che i partecipanti commettevano un maggior numero di errori quando il volto che visualizzava un’espressione di dolore aveva delle sembianza femminili. Inoltre, i partecipanti hanno impiegato più tempo per identificare l’espressione di dolore espressa sui volti femminili rispetto a quelli maschili.

Nel secondo esperimento sono stati mostrati dei filmati. Ciascun filmato mostrava un volto — ancora una volta con sembianze maschili o femminili — che partendo da un’espressione neutra assumeva gradualmente un’espressione facciale specifica (dolore, rabbia, disgusto) con intensità sempre crescente. I risultati indicano che, quando i volti avevano  sembianze femminili, i partecipanti hanno avuto bisogno di un’espressione più intensa prima di stabilire che il volto esprimeva dolore. I risultati di questi primi due esperimenti suggeriscono dunque che le persone sono più lente e meno accurate nel giudicare il dolore su un volto con sembianze femminili rispetto ad uno maschile.

Infine, nel terzo esperimento sono stati utilizzati dei volti con sembianze androgine, ossia che erano stati in precedenza giudicati in egual misura appartenenti a uomini o a donne. Applicando a quei volti un’espressione di dolore, è stato appurato che i partecipanti allo studio ritenevano che quei volti fossero più di uomini che di donne.

Complessivamente, la ricerca mostra che un’espressione di dolore è meno facilmente riconosciuta quando appare su un volto femminile. I risultati potranno essere utili in campo clinico per mettere in atto programmi mirati alla formazione degli operatori sanitari, affinché siano consapevoli delle influenze esercitate dalle caratteristiche sociali dei pazienti sul loro giudizio clinico.

Ma il perché gli osservatori non riescono a leggere il dolore sul viso femminile, non è ancora del tutto chiaro. «Il nostro studio non ci ha permesso di capire il perché il dolore sia meno riconoscibile quando espresso da un volto femminile – spiega Paolo Riva, responsabile della ricerca -. Una possibilità è che la diversa esposizione degli osservatori al dolore espresso dalle donne e dagli uomini abbia innescato un processo di ridotta sensibilità nei confronti del dolore espresso dalla prime. E’ infatti noto come le donne siano soggette a un numero maggiore di sindromi dolorose, e pertanto, gli osservatori potrebbero essere stati esposti con maggiore frequenza al dolore espresso dai volti femminili. Una seconda possibilità riguarda gli stereotipi secondo cui le donne tenderebbero a drammatizzare le proprie emozioni e il proprio dolore. La presenza di questi stereotipi potrebbe incidere sulla tendenza a confondere il dolore espresso dai volti femminili con altre emozioni negative. Infine, una terza possibilità è che il dolore espresso da un volto maschile sia più saliente, perché da un punto di vista evolutivo il dolore potrebbe avere rappresentato anche una situazione di minaccia per gli osservatori. L’esperienza di dolore aumenta le tendenze aggressive in chi soffre; nel corso dell’evoluzione gli osservatori potrebbero avere imparato a temere di più (e quindi ad essere più accurati nel riconoscimento) un maschio che esprime dolore in quando individuo pronto ad aggredire».

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